mercoledì 21 dicembre 2011

Eretico Tour


Lunedì 19 sono riuscito, per la prima volta, a vedere Caparezza dal vivo. Era tanto che aspettavo un suo concerto nei paraggi, ed approfittando della mia attuale permanenza a Torino, mi sono recato al Palaolimpico.

Ovviamente, prima di entrare a prendere posto, non poteva mancare il paninozzo del lurido che fa molto serata speciale.

Il concerto è stato molto bello, anche se non aver sentito “Non siete stato voi” e “La marchetta di popolino” mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Ovviamnete essendo il terzo “Eretico Tour” ho capito la scelta di variare un pochino la scaletta. Come già detto sul mio Tumblr, ho apprezzato le doti di Caparezza, non solo come cantante, ma anche come intrattenitore capace con pochi costumi e pochissima scenografia di mettere in piedi un bellissimo concerto farcito di qualche gag (spettacolare la parodia di Angry Bird) e da un pizzico di politica.

Solo una cosa mi ha lasciato perplesso, all’ingresso nel palazzetto uno si aspetterebbe di vedere questo:



Mentre, invece, mi sono trovato di fronte a questo:



Ebbene sì, la grandissima maggioranza dei fans di Caparezza è composta da ragazzini e famiglie. Sono rimasto colpito da questa fascia di pubblico che segue il cantante con i capelli afro e non ho potuto non pensare alla profondità ed alla durezza dei suoi testi, alle volgarità che qua e la sono sparse nelle sue canzoni ed al contenuto sociale dei suoi brani. Realizzando tutto questo mi sono domandato:

“Ma capiranno realmente i testi?”

Vedere tutti quei bambini e tutti quei ragazzini cantare  “Eroe” oppure “Legalizethe Premier” mi ha fatto riflettere…

“sapranno cosa stanno cantando e che significato ha il testo che stanno urlando a squarciagola?”

Ed ancora:

“sanno cosa stanno dicendo mentre urlano a tempo di musica Abiura di me?”

Non so dare una risposta a questo quesito, ma credo che le soluzioni possibili siano soltanto due: o i ragazzini di oggi sono molto, ma molto avanti o come cantano i Two Fingerz:

sabato 10 dicembre 2011

Pro Loco divina, muore e resuscita in 3 giorni

Vi giuro, non volevo scrivere nulla, ho fatto di tutto per trattenermi, mi sono anche fatto legare alla sedia, ma ho soltanto ottenuto il risultato di scrivere questo post a suon di capocciate sulla tastiera.

Tranquilli, ce la faccio a non fare il retorico e non vi dirò quelle famosissime parole, state tranquilli.

Ad oggi, se per puro sfizio, uno leggesse l’elenco dei rappresentati del direttivo della Pro Loco di Chatillon noterebbe che è quasi completamente composto da persone che a suo tempo avevo definito il gruppo Tzan. Quindi, a quanto pare, tutti gli altri si sono dimessi dopo poco più di un anno dalla formazione della Pro Loco; c’è stato chi proprio non si è mai presentato, chi ha lasciato per altri impegni, chi perché non aveva voglia ed in fine, come tutti ormai saprete, altri tre hanno celebrato giornalisticamente le loro dimissioni.

Numerose sono state le voci, provenienti dalla pancia del paese, che hanno accompagnato queste dimissioni.

Alcuni fans del complotto hanno sollevato il dubbio che qualcuno avesse spinto i tre porcellini a dimettersi per destabilizzare la Pro Loco e, con essa, qualche suo esponente che, a causa della visibilità che stava acquistando, sarebbe potuto diventare un pericoloso avversario politico. O più semplicemente perché l’attuale presidente della Pro Loco si fosse schierato dalla parte sbagliata nella nostrana faida tra Guelfi e Ghibellini. Certo, i complottisti potrebbero leggere le dichiarazioni del sindaco come prove della loro teoria ("ora ne parleremo in giunta e vedremo quale decisione prendere").
Perché mai la giunta comunale dovrebbe occuparsi del direttivo della Pro Loco?

Ma ovviamente nessuno crede a queste teorie vero?????

Altri ancora hanno puntato sulla mania di protagonismo delle tre grazie, altrimenti non si spiegherebbe il battage pubblicitario e giornalistico che è seguito alle loro dimissione. Se non avevano più interesse o tempo, bastavano delle semplici dimissioni senza risaltare agli onori della cronaca.

No!!! ci sono!!! secondo me hanno ragione coloro che individuano nei tre dimissionari i tre Re Magi in partenza per Betlemme.

A quanto pare le ragioni che hanno portato alle sopra citate dimissioni sono il dispotismo del DITTATORE RICCARDO. Lo so, non sono state usate queste parole, ma il significato è quello, se uno stronzo lo farcisci di panna, resta sempre uno stronzo.

A ben guardare la Pro Loco, forse, un po’ di nepotismo ci potrebbe anche essere, ma lo sapete voi, come lo so io, la Pro Loco è stata in piedi principalmente grazie alla famiglia Donazzan e Pison, tutte e due intese in senso allargato. Certo, a questi vanno aggiunti un buon manipolo di volontari, tra cui spicca l’assessora che si è data e si da un gran da fare. Risulta, inoltre, che la Pro Loco abbia svolto bene il suo lavoro e che la banda bassotti non fosse molto partecipe alle riunioni del direttivo. Che sia per questo motivo che non erano a conoscenza delle decisioni del consiglio direttivo? Ma soprattutto, se tutto il resto del direttivo non ha ravvisato questo problema non può semplicemente essere che le tre teste di Cerbero erano una minoranza che andava sotto ai voti????

Nonostante tutto la Pro Loco ci fa sapere che continua a vivere e che con l’introduzione di un nuovo membro ha ritrovato il numero legale e continuerà ad operare. Lo so cosa state pensando voi maligni.... “ad entrare è stata la ragazza del presidente, visto che è un despota!”... ma quello che voi non sapete è che Riccardo ha contattato, in ordine, tutti i partecipanti al suo gruppo, tra cui anche il sottoscritto, e che ad accettare è stata solo lei.

Però giuro che ce la faccio e non ve lo dico
Ce la faccio
Dai che ce la faccio
Si che la faccio
No, non ce la fai
E’ vero non ce la faccio e ve lo dico

IO L’AVEVO DETTO

Ps: come sempre il mio blog è aperto ad eventuali chiarimenti e smentite, basta commentare il post e magari questa volta firmarsi o avete paura di qualche cosa?

martedì 6 dicembre 2011

La Chiesa Cattolica

La Chiesa cattolica è come una fidanzata rompipalle. Tu le puoi spiegare per filo e per segno una cosa, e lei deve sempre interpretarla come cazzo vuole e finire per fare tutto l’opposto. La Chiesa è la fidanzata di Gesù
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mercoledì 30 novembre 2011

Renzi, novello Grillo, neo Berlusconi o nuovo che avanza?


Ora mai è un personaggio sulla bocca di tutti, sicuramente molto controverso e discusso che il comico Crozza rappresenta con molta ironia in questo modo:



Fino a qualche anno fa nessuno sapeva chi fosse Renzi, ma da qualche anno a questa parte la sua popolarità è letteralmente esplosa su tutti i media. Ma da dove nasce Renzi e, soprattutto, chi è e che cosa può rappresentare nella politica italiana???

Per rispondere alla prima domanda ci si può tranquillamente riferire all’utilissimo wikipedia che così parla della sua storia:

“Cresce a Rignano sull'Arno, dove i genitori abitano ancora, e studia a Firenze, prima al Liceo Ginnasio Dante e poi all'Università di Firenze, dove si laurea nel 1999 in giurisprudenza, con una tesi dal titolo “Firenze 1951-1956: la prima esperienza di Giorgio La Pira Sindaco di Firenze”. Ha una formazione scout ed ha diretto, firmandosi Zac, la rivista nazionale della branca R/SCamminiamo insieme. Ha lavorato con varie responsabilità per la CHIL srl, società di servizi di marketing (di proprietà della sua famiglia, e il cui nome è di ispirazione lupettara) di cui è dirigente in aspettativa, in particolare coordinando il servizio di vendita del quotidiano La Nazione sul territorio fiorentino con la diretta gestione degli strilloni. Quando era ancora diciannovenne, nel 1994, per cinque puntate consecutive partecipò come concorrente a La ruota della fortuna, vincendo 48 milioni di lire.”

Ok, direte voi, questa è la sua vita privata di cui poco ci importa, ma politicamente da dove arriva??? Ebbene per rispondere a questa domanda non si può non aprire l’armadio ed estrarre alcuni scheletri. E’ figlio di un ex democristiano, che voci non provate considerano ex massone, nel 1996 contribuisce alla nascita dei comitati Prodi e si iscrive al Partito Popolare Italiano (ex democrazia cristiana) di cui diventa segretario provinciale. Nel 2001 confluisce in “La Margherita Fiorentina” (ex democristiani fiorentini) di cui diventerà segretario provinciale nel 2003.

Tra il 2004 e il 2009 ricopre l’incarico di Presidente della Provincia di Firenze in rappresentanza di una coalizione di centro-sinistra. Durante il suo incarico comincia la sua lotta alla Casta diminuendo il numero del personale e dei dirigenti dell’ente fiorentino, ma d’altro canto sulla sua testa, e del resto dell’amministrazione provinciale, pesa una sentenza di primo grado del 2011 che lo condanna per danno erariale conseguente all’errato inquadramento di quattro persone assunte nel suo staff. In parole povere sembrerebbe che abbia fatto assumere 4 suoi amici/amiche classificandoli a livello massimo, anche se erano sprovvisti sia di laurea che di esperienza. I loro c.v., infatti, pare lasciassero molto a desiderare: «membro della commissione cultura della Diocesi di Fiesole», «hostess addetta alla reception», «responsabile del bar del Match Ball Tennis club», «hostess con compiti di accoglienza e guida per i visitatori della mostra…», «da giugno a dicembre 2003 impiegata alla gestione commerciale della clientela per l’azienda Tim spa», e così via. Ovviamente Renzi ha dichiarato che ricorrerà in appello sostenendo come linea difensiva l’errore di un funzionario. Si vuole, inoltre, chiarire che i 4 assunti dovevano formare il suo staff, quindi, i suoi sostenitori lo giustificano asserendo che non c’è nulla di male nel inserire nel proprio staff personale, persone di cui ci si fida (lo fanno gli allenatori di calcio), l’errore è stato solo quello della classificazione.


Il 29 settembre 2008 manifesta la volontà di candidarsi alle elezioni primarie del Partito Democratico, che ha vinto a sorpresa, con il 40,52% dei voti il 15 febbraio 2009. Il 9 giugno 2009 alle elezioni amministrative per il sindaco di Firenze, Renzi ottiene il 47,57% dei voti contro il 32% del candidato del centro-destra Giovanni Galli, con il quale va al ballottaggio. Il 22 giugno 2009 viene eletto sindaco di Firenze riportando il 59,96% dei voti. Successivamente entra a far parte della Direzione nazionale del Partito Democratico e nel 2010 è stato, secondo vari sondaggi, il sindaco più amato d'Italia.

Da qui in avanti la storia è nota a tutti: crea i Rottamatori, per rottamare la vecchia politica e sull’onda della sua popolarità crea il Big Bang con i suoi 100 punti per l’Italia e si lancia ufficiosamente alle primarie per la prossima presidenza del consiglio. Ancora una volta qualche scheletro salta fuori, infatti, pare, che le 100 proposte nascano dal pc di Gori, si avete capito bene, stiamo parlando di quel Gori che ha lobotomizzato gli Italiani con il Grande fratello e che è stato direttore di Italia Uno e Canale Cinque. Non solo, pare, che il nostro giovane rampante sia apertamente ed economicamente appoggiato da Comunione e Liberazione e dalla Fondazione Craxi.

Come avrete ben capito diventa molto complesso classificare Renzi... di sinistra? di destra? un nuovo politico? un vecchio politico?

Sicuramente nel suo passato ci sono alcune ombre, ma è altrettanto chiaro che Renzi è un politico di sinistra, anche se ha partecipato alla criticatissima cena ad Arcore, peraltro fatta per richiedere alcune cose per la sua città, ma non è un rappresentante della sinistra italiana. Chiunque di voi lo abbia sentito da Fazio avrà capito che il suo ideale politico è Kennedy, quindi più che uno di sinistra è un democratico in perfetto stile USA. Forse, per parlare di Renzi, si deve uscire dai canonici schemi citati dalla canzone di GG “Destra & Sinistra”, ma ci troviamo di fronte ad un nuovo politico che parla di politica ed agisce seguendo un suo programma, giusto o sbagliato, e che per questo spaventa l’ammuffita sinistra italiana e la destra che vede in lui un pericolo incombente in grado di sottrargli voti. Pensateci un po’, un Premier che non solo attrae voti dal suo polo, ma che li ruba anche agli altri, sarebbe un valore aggiunto da sfruttare e non un problema da eliminare.



Sicuramente non sono d’accordo con tutto quello che dice Renzi, anzi (vedi dichiarazioni si Marchionni), ma riconosco, d’altro canto, che alcuni suoi punti siano più che condivisibili. Non concordo con chi lo sostiene solo perchè è giovane, ma gli riconosco un certo carisma ed un certo fascino politico. Non so se in una sua eventuale candidatura sarò uno dei suoi sostenitori o no, come non posso sapere se sarà una bolla di sapone o una concreta realtà, quello che so di certo è che:

Matteo Renzi e agli antipodi dell’antipolitico e populista Grillo e soprattutto non è minimamente paragonabile all’imprenditore brianzolo che ha trasformato la res pubblica in res sua, ma è semplicemente un nuovissimo volto della politica che avanza, e come tutto quello che è nuovo e diverso spaventa

sabato 19 novembre 2011

C'era una volta la seconda repubblica


C’era una volta, tanto tempo fa, un regno fatto a forma di calzatura governato da due fazioni: una era composta da cavalieri con grossi scudi crociati guidata da un goblin di nome Ittoerdna, l’altra era il clan dei garofani rossi, il cui capo era un essere con il corpo da uomo e la testa da suino di nome Bottino. Queste due fazioni di furfanti si erano macchiati di impareggiabili crimini e sopprusi, fino a portare la popolazione del regno sul lastrico.

Disperati e affamati i contadini del regno si rivolsero a una compagnia di ventura conosciuta con il nome di “Pool di Mani Lavate”, che cominciò a dare la caccia a quei lestofanti per sconfiggerli uno dopo l’altro e riportare la pace nel regno.

Quando la polvere si posò e le spade vennero rinfoderate dal campo di battaglia, emerse Il Cavaliere dall'armatura in doppio petto, con gli stivali rialzati e con un elmo su cui si issava una folta chioma. Questo Cavaliere negli anni addietro aveva ottenuto fama e gloria grazie ad un’arma magica che gli era stata donata dal comandante del clan dei garofani rossi: un piffero magico a forma di biscione, in grado di incantare le persone a suon di promesse e sogni. Questa arma si chiamava Mediaset.

Ovviamente, visto il subbuglio di quegli anni, il cavaliere ne approfittò subito per utilizzare la sua potentissima arma magica con cui incantò tutta, ma proprio tutta, la popolazione, erigendosi a nuovo re. Ovviamente era consapevole che non avrebbe potuto fare tutto da solo e quindi si scelse alcuni alleati molto potenti ma allo stesso tempo malleabili. Tra i suoi più fedeli alleati c’era un Orco del nord che si esprimeva con rumori gutturali, uno stregone trasformista di nome Sottile ed un chierico di bell’aspetto.

Con questo nuovo gruppo si sedette sul trono più alto del regno, ma dopo pochi anni fu costretto a lasciare il suo scrano dorato a causa di una lotta intestina con gli orchi del nord, suoi stessi alleati. Il Cavaliere brianzolo fu costretto, quindi, ad abdicare in favore di un vecchio e paffuto mago di nome Mortadellum che riuscì a disincantare, dagli effetti del piffero magico, una parte della popolazione.

Riappacificatosi con i verdi orchi del nord, il nostro piccolo protagonista (perché era alto due mele o poco più) mosse nuovamente guerra per la riconquista del suo trono e, grazie a una trionfale vittoria, si riprese la corona. Durante quegli anni il suo potere venne più volte scosso da alcuni subbugli interni, ma grazie alla sua potentissima arma mantenne saldamente il trono sotto le sue chiappe. Qualche anno dopo ancora una volta il Mago gli sbarrò la strada e gli strappò corona e scettro grazie all'appoggio dei popoli rossi. Il nostro Cavaliere errante non si diede per vinto e, formando un nuovo clan detto “Del Predellino”, in pochi anni riuscì a riottenere il potere e la corona, anche grazie all'aiuto di nuovi alleati acquistati al mercato dei voltagabbana, come il piccolo irrequieto Scilipotus. Potere che tenne saldamente tra le sue mani fino all'arrivo dei draghi, anche perché i suoi oppositori non erano assolutamente dei rivali all'altezza, infatti, né il marinaio coi baffetti, né il bradipo romano riuscirono a tenergli testa.

La popolazione stordita dai suoi incantesimi non si rendeva conto che il Cavaliere dall'elmo fulvo non aveva per nulla provveduto a loro come aveva sempre promesso, non era il Cavaliere impavido e sfavillante che tutti si immaginavano, ma era un Cavaliere oscuro dedito alla magia nera, che si era limitato a rimpinzare i suoi forzieri con l’oro della gente e a far lanciare, dai suoi servi, potentissimi incantesimi di protezione: le  famigerate “leggi ad personam". Questi incantesimi gli servirono a tener lontani i numerosissimi paladini che girovagavano per il regno a caccia della sua testa di negromante; tra questi paladini uno su tutti si rivelò essere il più agguerrito. Il suo nome era Testa Fiammeggiante, chiamata così per la sua chioma color sangue.

Numerosissimi furono i demoni che riuscì ad evocare con la sua magia nera, come ad esempio il diabolico goblin, lo gnomo malefico, il lupo throl, l’arpia urlatrice, il poeta paffuto, il fortunato a cui regalano reami, il pupo burattino, lo zombi che non sorride mai, l’uomo della provvidenza, la muffa umana ecc…

Ma i poveri abitanti del regno dovettero subire anche cose peggiori, infatti, il Cavaliere non si limito a rubargli i soldi favorendo i suoi amici fedeli ed agevolandone la formazione di sette segrete, ma aveva compiuto su tutta la popolazione un incantesimo terribile…. “LA DERISIONE”. A causa di questo terribile artificio, tutto il popolo del regno continuo ad essere irriso dagli altri regni. Punti focali di questo maleficio portarono a trasformare un reggente straniero in un minotauro, a  scolorire il cavaliere nero leader, delle armate più potenti del mondo, ad ironizzare sulla possenza e poca avvenenza della potentissima Vichinga, ad auto santificarsi o ad irridere la fame nei regni e le morti dei messaggeri.

Più la sua ricchezza cresceva e più il paese si affamava rendendo il regno fertile all'attacco dei Draghi e del loro potentissimo Spread. Non contento il Cavaliere amava circondarsi di giovanissime e bellissime cortigiane in modo da trastullarsi con loro mentre il suo regno cadeva in rovina. Tra di esse possono essere ricordate Bocca Infuocata, DD, Gioia, RubaCuori, Minne e molte altre. Non contento, alcune cortigiana vennero elevata al rango di cavaliere per il solo gusto di guardarle e per il dolce sapore dell’onnipotenza.  I draghi, visto il disfacimento e la moralità corrotta che permeava ovunque, si lanciarono all'attacco e iniziarono a smembrare il regno pezzo dopo pezzo indebolendo giorno per giorno il Cavaliere. Anche il suo fidato stregone lo abbandonò e gli si rivoltò contro.

Il Cavaliere si dimostrò non essere un abile stratega e per tutto il suo regno continuò a scegliersi alleati sbagliati che, uno dopo l’altro, cominciarono a cadere sotto la scure della giustizia, tant'è che si cominciò a vociferare che portasse sfortuna.

I grandi draghi costrinsero il nostro Cavaliere alla fuga, infatti, il suo piffero magico nulla poteva contro il potentissimo Spread. Ora il trono vacante viene occupato dal Cavalier Bocconi detto Tecnocrate, il mezzo sangue, metà umano e metà drago. Per questo motivo una domanda aleggia nell'ombra di questa favola: “riuscirà Tecnocrate a scacciare i potentissimi draghi oppure ci concederà a loro?”

Come avete potuto tutti capire questa storia narra la fine di un’era ma non è una classica favola a lieto fine e quindi non ci sarà il classico “e vissero tutti felici e contenti”…. Beh, felici no, ma un po’ contenti si…

FINE
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mercoledì 16 novembre 2011

I Governi Tecnici

I governi cosiddetti amministrativi o tecnici sono sempre stati i governi più seriamente e pericolosamente politici che il paese abbia avuto. Il loro preteso agnosticismo è servito sempre e soltanto a coprire, a consentire od a tentare le più pericolose manovre contrarie alle necessità e agli sviluppi di una corretta vita democratica.
Palmiro Togliatti, discorso alla Camera del 9/7/1963 sulla fiducia al governo Leone I.

martedì 15 novembre 2011

I Filosofi

La vita contemplativa va bene per i filosofi e i pigri, persone che non si rendono conto che stare troppo tempo a pensare non li rende migliori ma solo noiosi, cazzoni e monotoni
Surplus Killing

domenica 13 novembre 2011

Paranormal Activity III


Come mi diceva spesso la mia nonna: “non c’è il due senza il tre” ed infatti dopo aver visto Paranormal Activity 1 e 2 non potevo esimermi dal guardare anche il terzo capitolo della saga. Inizierei citando un blog di cinema che leggo sovente 3>1>2. In parole più spicce e meno matematica il terzo film fa più paura del primo, il quale a sua volta, faceva più paura del secondo.

Ebbene sì, per la prima volta posso ritenermi soddisfatto dalla visione di questo film, che, per chi mi conosce, vuol dire: "me la sono discretamente fatta sotto". Il terzo capitolo è il prequel dei precedenti episodi, la chiave di volta per svelare il mistero (modo abbastanza consolidata in quel di Hollywood ultimamente), infatti, vediamo le due protagoniste dei primi capitoli nella loro infanzia.

Per la prima volta  rispetto ai precedenti capitoli il film ha una sua logica. Perché si usano le telecamere? Perché il compagno della mamma di Katie e Kristie per lavoro gira filmini di matrimonio. Accade qualche cosa di strano!!!! Prima accendo la luce, non mi porto dietro la telecamera e vado a vedere che succede, la casa è infestata??? Me ne vado, ecc… Anche se, ad essere sinceri, questa logicità svanisce nelle fasi finali del film, ma, per fortuna, grazie alla concitazione degli ultimi minuti non viene lasciato il tempo allo spettatore perché possa riflettere sulle assurdità di quegli attimi.

Un altro aspetto positivo è che questa volta non si  aspetta ore senza che succeda qualche cosa, anzi, il clou del film inizia quasi subito e le varie fasi di attesa per far crescere la tensione sono disseminate dei classici “BUH” all'improvviso. In più sono stati evitati tutti quei trip psicologici e riflessi di difficile percezione da parte dello spettatore, lasciando meno spazio all'osservazione maniacale dei dettagli in favore di una maggior azione.

Nonostante tutto ciò, un po’ di amaro in bocca resta, perché malgrado vengano spiegate molte cose, molte altre restano inspiegate o soltanto abbozzate (non voglio fare spoiler quindi lascerò a voi  capire a cosa mi riferisco).

Non posso non evidenziare, infine, due chicche geniali. La prima l’aver piazzato una videocamera su un ventilatore che lentamente va da destra a sinistra e viceversa, dando meno staticità al film e creando una tensione quasi snervante. La seconda e non aver inserito nel film la scena dei vari trailer. Sono stato tutto il film ad aspettarmi quelle scene ed invece sono sempre stato sorpreso in un altro modo.



In sintesi un film horror che merita di essere visto, anche se sarebbe preferibile osservarlo in una casa buia, piuttosto che in una sala affollata di spettatori.

sabato 12 novembre 2011

Il Sesso

Ipotesi: è inverno, è sera, fuori ci sono due gradi sotto zero, in salotto fa freddo ma riesci comunque a stare al caldo grazie alla coperta che hai accuratamente avvolto attorno al tuo corpo, i genitori di lei sono a letto a guardare la televisione, tu stesso stai guardando assieme a lei un film che ti piace e del quale vorresti scoprire il finale, sei stanco dopo una dura giornata di lavoro e desideri solo stare al caldo sotto quella cazzo di coperta a guardare la televisione con lei accanto.
All’improvviso lei si gira verso di te e inizia a mordicchiarti il collo.
Il primo pensiero, e bando ai falsi eccessi di machismo, è sicuramente qualcosa del genere “non stasera, tu non hai fatto un beneamato cazzo tutto il giorno mentre io sono stanco e ho freddo e voglio guardare il film”.
Lei insiste, tu cerchi di frenarla ma senza darlo a vedere per timore di sembrare una checca, ma alla fine dopo qualche riluttanza accetti di prendere parte ai preliminari e in capo a qualche minuto ti ritrovi con le sue caviglie tra le mani e il pisello incappucciato e in azione.
A questo punto, cosa pensi?
Ovviamente pensi che ne è valsa la pena. Anche quando non sembra, ne vale sempre la pena. E’ uno dei lati positivi del sesso: non si rimane mai delusi. E’ un guadagno sicuro, un’esperienza che paga.
by surpluskilling.blogspot.com

domenica 6 novembre 2011

La mela caduta


Lo so, ora mai la notizia non è più nuova, anzi, per un mondo come la rete e vecchia ed ammuffita, ma, a causa del mio momento frenetico, non ho avuto tempo per sedermi al computer e scrivere questo pezzo prima d'ora, il che mi impedirà di vederlo pubblicato sui siti blog con cui collaboro. Come recita un vecchio adagio, “non tutto il male viene per nuocere”, infatti, forse, scrivere questo post a bocce ferme, rubando una metafora al mondo sportivo, è un valore aggiunto per porre le basi ad una riflessione senza essere guidato dalle emozioni.

Un mese fa è morto Steve Jobs, meglio conosciuto da tutti come Mr Apple, ed a poche ore dalla sua morte si è scatenato il tan tan di cordiglio su internet e su tutti i Social Network. Con il crescere di quest’onda d’addolorati è nata anche una corrente secondaria, che potremmo definire indignati che si sono lamentati per la mobilitazione per la morte del Signor Jobs in rapporto ad altre morti più o meno illustri.

Ho assistito e partecipato ad alcune discussioni molto interessanti su fb e sono arrivato ad una semplicissima conclusione. I pecoroni erano presenti in entrambi gli schieramenti.

Io sono stato uno dei primi a stupirsi per questa fiumana d’epitaffi on-line, ma, quello che mi ha colpito maggiormente è stato lo stravolgimento delle situazioni a causa del buonismo posticcio che regna nella società moderna. Ho letto una miriade di commenti che hanno classificato Mr Apple come un grand uomo, un illuminato, un novello Gandhi o Martin Luther King, beh a questo non ci sto.

Capisco ricordare Mr Jobs, sopratutto perché, come hanno detto in molti, è stato l’ultimo “vero” inventore del nostro secolo; capisco il ricordo dei funs, ma mi sembra che si sia andati troppo oltre. Steve Jobs è sicuramente stato un grande inventore ed un gran venditore, ma non si deve dimenticare che è stato uno degli imprenditori più spietati del nostro secolo. Non si devono dimenticare le accuse che gli sono state mosse dagli organi internazionali per lo sfruttamento del lavoro e per la distruzione ambientale. Non venitemi ha dire che ha fatto anche molta beneficenza, perché quello era semplicemente marketing per ripulire il proprio marchio dalle nefandezze compiute per costruire i vostri e nostri gingilli elettronici.

Il fatto che nessuno ricordi queste cose è la palese dimostrazione che Mr Apple prima di essere un grandissimo inventore è stato un grandissimo venditore che è riuscito a trasformare un marchio ed un prodotto in uno stile di vita, ma cosa ancora più importante, oltre a vendere i suoi prodotti è riuscito a vendere il suo personaggio costruito ad arte e fatto di frasi ovvie ma d’impatto.

Sia ben chiaro, la mia non è un’accusa nei suoi confronti, lui si è limitato a fare il suo lavoro e l’ha fatto anche molto bene, facendo profitti a palate e rivoluzionando il mondo dell’informatica prima e della telefonia poi. La mia accusa è rivolta a tutti coloro che non lo hanno ricordato come un grande inventore, ma come un grande uomo, come una persona che in realtà non è mai stato. E suvvia, siamo onesti la definizione di grande uomo è assolutamente oggettiva.

La mia critica va a tutti quei pecoroni che vivendo in una società fondata sull'apparire e sulla massa si sono uniti al cordoglio senza neanche sapere il perché ma per il solo gusto di partecipare e di dire io c’ero, per il solo gusto di omologarsi ed aggregarsi con la sola ragione di fare il perbenista. Ovviamente anche la “fazione opposta” pullulava di soggetti che trincerandosi dietro un finto solidarismo si sono inerpicati sulla finta pianta dell’indignazione rivendicando maggiore giustizia sociale, senza poi vedere le loro bacheche riempirsi di commemorazioni per i morti in Turchia, per l’alluvione, ecc…

La conclusione del mio discorso è semplice, Steve Jobs era un grande inventore, ma non un grande uomo, come Henry Ford ha rivoluzionato il modo di fare le auto ma  era un razzista sfruttatore e come Sigmund Freud è stato il padre della psicologia moderna ma era anche notoriamente un maniaco.

Mi spiace ricordarlo, ma i grandi uomini sono altri, e siccome non hanno avuto la possibilità di vendere la propria immagine non vengono quasi mai ricordati come si deve.

lunedì 24 ottobre 2011

R.I.P. Marco Simoncelli

 Morto a 24 anni, dimostrando il tuo carattere fino all’ultimo, perchè chi ha la moto nel cuore, quella passione, vedendo gli ultimi istanti riconosce tutto il tuo stile, la voglia di tirarla su cazzo, con tutto, col ginocchio e col gomito, mettendoci tutto te stesso. Ciao Sic, averti visto correre è stato bellissimo! 58 lamps
Didier Vierin

giovedì 20 ottobre 2011

Belen Rodriguez

Aver visto il video porno di Belen Rodriguez mi ha reso felice per due motivi:
1 - Fa dei pompini normalissimi, quindi state tranquilli ragazzi: non ci stiamo perdendo un granché.
2 – Il signor Fabrizio Corona sarà incazzato come una bestia e godo di più a saperlo in questo stato che a guardare la figa sgranata in bassa risoluzione di Belen per venti noiosi minuti.
by surpluskilling.blogspot.com

martedì 18 ottobre 2011

Lettera ai Black Bloc

Una cosa è sicura - questo movimento sarà anche ingenuo, ma tanto non sarete voi a cambiare il mondo. Avreste dovuto restare a bocca aperta, quando la basilica ha aperto i suoi giardini ai manifestanti soffocati dai lacrimogeni a San Giovanni. A bocca aperta per la bellezza straordinaria di quel luogo che appartiene all’umanità intera, e che è nostro privilegio conservare a prescindere dalla fede religiosa. E qualcuno avrebbe dovuto dirvi che a gennaio, per proteggere con una catena umana il Museo Egizio del Cairo, uomini e donne si sono presi per mano mentre dai tetti gli sparavano addosso i cecchini del loro stesso presidente. E che quegli uomini e quelle donne sanno che la non-violenza ha un prezzo salato, come 700 morti, che non si finisce mai di pagare. Ma ci ricordano che è uno strumento collettivo di straordinaria civiltà e potenza; ti permette di vincere battaglie decisive, ti migliora, ti moltiplica, ti eleva, ti fa contare sul serio, e ti conquista il rispetto del mondo. Potrei essere vostra madre, o vostra sorella - per fortuna non lo sono, perché immagino che per quanto amiate le vostre madri e sorelle, la loro saggezza vi appaia come un altro pezzo di quel presunto perbenismo che siete venuti a disfare con le vostre mani, con le vostre braccia giovani, con le vostre spranghe e i vostri bastoni. Ma non sono né vostra madre né vostra sorella, sono una giornalista, lavoro da tanti anni in una radio indipendente, e da poco meno di un anno faccio un lavoro che prima nemmeno esisteva, il curatore di social media, una persona che verifica e sceglie contenuti tratti dal lavoro collettivo della rete per produrre a sua volta contenuti informativi. Seguo da dieci mesi le rivolte arabe, e questo mi ha cambiato la vita. Non solo perché le rivolte l’hanno cambiata a tante persone, ma perché le migliaia di ragazze e ragazzi che stanno lottando per il futuro dei loro paesi mi hanno restituito la passione civile, mi hanno fatto sentire interrogata sui modi in cui facciamo politica, mi hanno strappato dal meccanismo di delega vuota degli ultimi quindici anni, e mi hanno fatto restare in un paese che prima volevo lasciare. Studiare l’attivismo in rete mi ha condotto alle stesse conclusioni di altre decine di curatori: non esiste bloggare o twittare da una posizione di neutralità; si può offrire alla rete la propria esperienza di verifica, di studio, di approfondimento, ma si diventa partecipi, e in qualche modo attivisti, senza quasi rendersene conto, senza averlo deciso. E un bel mattino si accetta che sia così. Perché, vi assicuro, non si può stare immersi nella lotta di piazza Tahrir senza sentirsi in qualche modo responsabilizzati, interrogati nel profondo, chiamati - non a riempirsi la bocca di slogan, ma a fare sul serio. E così come faccio dirette Twitter sul Cairo col cuore in gola perché ad ogni sit-in o corteo uno di quei ragazzi può lasciarci la pelle - come è successo a Mina Daniel, disarmato, durante il massacro dei copti il 9 ottobre - così ho twittato la Roma del #15O con crescente apprensione. Ho avuto paura che vi faceste accoppare da un poliziotto che perdeva la testa. Ho avuto paura che vi faceste pestare a sangue come chi è stato a Genova dieci anni fa ricorda bene e non dimenticherà mai. Ho avuto paura che saltaste in aria nell’esplosione di una di quelle auto che avete bruciato. Ho avuto paura che uno di quei blindati ubriachi vi investisse. Ho avuto paura che ammazzaste un poliziotto. Ho avuto paura che il vostro disprezzo evidente per la gran massa di gente perbene fra cui vi siete mimetizzati vi portasse a ferire, o a uccidere, o a far uccidere, una persona che un bastone o una spranga non li userebbe mai. Poi ho capito che voi non avete paura. Voi vi piacete così, vi sentite belli con la vostra ferocia, con la vostra rapida coreografia della morte, ho capito che corteggiate il pericolo, che non vi importa delle conseguenze, che pensate di non avere niente da perdere (e siete troppo giovani per capire che invece avete parecchio), e soprattutto ho capito che non state costruendo niente. Senza quella folla immensa in cui vi siete nascosti - lo sapete benissimo - non siete niente, nessuno vi guarda, nessuno si cura di voi, non contate un accidenti. È vero, siete bellissimi e subdoli e veloci come un branco di lupi che discende in pianura. I miei amici antagonisti vi ammirano, sono dalla vostra parte, riconoscono in voi una rabbia profonda che tutti proviamo. Salvo poi essere un filo confusi - infiltrati della polizia oppure intrepidi compagni? Devo scrivervi perché ho rispetto per chi muore per le cose in cui crede. Per chi non ha scelta. Per chi in piazza ci va studiando, facendo fatica, mediando con persone che la pensano diversamente. Per chi si stanca, e piange, per chi diventa eroe suo malgrado, e perde amici e fratelli, e pure non smette. Per chi da dieci mesi non dorme una notte intera, per chi si interessa della democrazia e si domanda come crearne una che funzioni e darle il proprio contributo. Per chi si fa un culo pazzesco nelle scuole, nella magistratura, nei sindacati clandestini, nei giornali censurati, nella tutela legale dei prigionieri politici, nel servizio d’ordine della piazza più rivoluzionaria del mondo. Per chi va in galera a vent’anni per aver scritto una cosa di troppo in un blog, o viene torturato per un graffito. Per chi rinunciando ad armarsi ha scelto la strada più lunga e produttiva. Per chi le botte e i gas lacrimogeni se li risparmierebbe se potesse, per chi i sassi li tira perché ha di fronte un apparato infernale e corrotto che da 40 anni lo schiaccia e lo tortura - e non per modo di dire. Per chi soltanto una settimana fa ha visto i soldati gettare nel Nilo cadaveri di cristiani disarmati. Voi siete solo imitatori, attori, pedine. Non avete rispetto per i vostri diritti, e ricoprite un ruolo ridicolo nella stessa recita che tanto detestate. È nato un movimento internazionale, se vi va di rendervene conto, che potrebbe perfino salvarci dal nostro provincialismo. Ha quattro regole in croce, e chiede di rispettare solo quelle. Ha scelto la resistenza passiva - la studia, la pratica, sa a cosa serve. Se volete, è anche casa vostra. Sta a voi. Dentro al movimento, con le vostre forti braccia e magari anche il cervello, potete sperare di contare qualcosa. Ma se non avete rispetto, se non vi fidate di nessuno, se siete cinici e nichilisti e avete già deciso che non cambierà mai niente, se pensate di essere un po’ più derubati degli altri, più precari degli altri, più disoccupati degli altri, allora andate a fare gli esclusi per scelta sugli spalti degli stadi, o a spaccare vetrine da soli finché non sarete cresciuti - con la vostra illusione di avere sempre ragione, di sfidare il sistema, o di distruggere i simboli della proprietà privata mentre è vostro padre che paga ancora le rate. Vi va bene che siete italiani. Vi va bene che qui c’è qualcuno a cui fa comodo che esistiate, che finge di non vedere i bastoni nascosti a San Giovanni dalla sera prima, che non vi ferma alla stazione Termini mentre passate col viso coperto e un metro di legno che vi spunta dagli zaini. Vi va bene che qui il rapporto di fiducia con la polizia è così corroso e malato che a via Merulana si è fatta un’assemblea tragica in mezzo ai lacrimogeni per decidere se consegnare o no 3 di voi agli agenti - perché la polizia è maiale se ti carica, o se carica quelli sbagliati, ma è anche vigliacca se non ti protegge dai provocatori. Vi va bene che siete nati in un paese così bizantino e pieno di segreti che le teorie del complotto sono sempre lecite. Vi va bene che siete in un paese vecchio, l’unico in cui il movimento che dichiara la fine di un sistema fallimentare scende in piazza ancora coi suoi stracci di bandiere, con le sue divisioni tribali, con i suoi rottami di sindacato, col suo ritardo spaventoso in un paese governato da un impunito. Vi va bene che siete in un paese ipocrita, teatrale, che sfila in tv ma poi alle assemblee di discussione non ci va, e che ha aspettato invano per anni che qualcuno lo chiamasse in piazza invece di andarci e basta. E vi va bene che siamo ancora così stupidi da organizzare cortei-fiume in mezzo ai palazzi più preziosi del mondo invece di occupare pacificamente una piazza - perché certo, poi ci toccherebbe anche metterla in sicurezza noi stessi, e tenerla pulita, e prendercene la responsabilità. Vi va bene che vi sia stato offerto di nuovo un palcoscenico - voi, e tre ore di caroselli anni ‘70 delle camionette in diretta tv. Col “sistema” sembrate d’accordo almeno su una cosa: sul fatto che è meglio non manifestare del tutto, che è meglio tenere la bocca chiusa e starsene a casa, cioè esattamente l’opposto di quello che reclama questo movimento - il diritto a riprendersi lo spazio pubblico, e a usarlo per il bene comune. Avrete pure vent’anni ma siete vecchi anche voi, non scandalizzate nessuno, e vi lasciate usare. Vi hanno fatto credere che la prima linea sia quella piazza da cui avete divelto i sanpietrini, e ci siete cascati. E invece, come vi dirà qualunque vero rivoluzionario, la prima linea è dentro, e si trova insieme, e costa tempo, pazienza, e fatica. 

Marina Petrillo

mercoledì 5 ottobre 2011

Il Coraggio

L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa… Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza.
Giovanni Falcone

giovedì 22 settembre 2011

La NBA è ancora il campionato migliore del mondo?


Questa è una domanda che da qualche anno mi ballonzola in testa. Molti di voi si staranno chiedendo come sia possibile farsi venire un dubbio del genere. Beh, basta guardarsi un po’ intorno per capire. Ma eccovi alcuni esempi per spiegarmi meglio.


Vi ricordate Brandon Jennings, autore di una stagione strepitosa, raggiungendo anche un record importante segnando 53 punti in una sola partita? Ebbene, quello stesso giocatore faceva panchina a Roma. Si potrebbe poi parlare di Childress giocatore di medio livello in NBA con gli Atlanta Hawks e vera delusione con l’Olympiacos. Perché non continuare con un nome altisonante come Allen Iverson che nella sua ultima stagione NBA faceva il sesto uomo a Detroit e che in Turchia era relegato in panchina. Ma si può parlare anche di giocatori meno conosciuti, come C.J. Watson play riserva del MVP Derrick Rose, che quest’anno ha giocato le finali di Conference, ma che in precedenza era stato tagliato da Reggio Emilia, squadra che milita in lega due del campionato italiano.

Certo, ci sono anche tante altre storie, come quella di Sarunas “Mr. Europa” Jasikevicius vero e proprio matatore di tutta Europa, da molti considerato il miglior play europeo, ma che approdando negli States ha visto molto, ma molto poco campo. Sorte analoga per la stella del Barcellona Navarro, che in NBA era rilegato al ruolo di comprimario. Storia identica a quella dei due play è quella di Rudy Fernandez stella nascente del basket spagnolo relegato in panchina in NBA.

E vero, alcuni giocatori, come Ginobili e Gasol, si sono dimostrati dei campioni in entrambi i continenti, ma quel che è certo è che qualche cosa è cambiato. Ora sono in molti i giocatori europei a non voler andare in NBA, come accaduto a Ricky Rubio e Milos Teodosic, mentre negli anni passati tutti avrebbero attraversato anche a nuoto l’oceano atlantico. Che questo possa essere un sintomo della caduta del NBA, beh non lo so, ma la cosa dovrebbe far riflettere.

In molti sostengono, come un mio caro amico, che quello che si vede in NBA non è basket e che pochissimi di quei giocatori sanno come si gioca realmente a basket ed a testimonianza di ciò mi sviolina i risultati e le prestazioni dei giocatori nei recentissimi campionati europei. Altri invece sostengono che lo strapotere americano sia evidente e che nessuna squadra europea potrebbe competere con le corazzate NBA.

Diciamo che personalmente credo che tutte e due le opinioni possano essere valide, infatti, è palese che in NBA si giochi uno sport che si avvicina al basket, ma che è più orientato verso lo spettacolo (basti pensare al modo di arbitrare ed a quanto chiudono gli occhi su determinate regole), ma dall'altra è altrettanto vero che lo strapotere fisico dei giocatori NBA è assolutamente evidente. Quindi torniamo al punto di partenza…

Si potrebbe aggiungere altra carne al fuoco evidenziando che gli unici giocatori europei a "sfondare" in NBA sono stati i lunghi, mentre le guardie e sopratutto i play sono stati relegati ai margini dell'associazione. Questo potrebbe essere interpretato a favore di coloro che considerano la NBA un campionato basato prevalentemente sul fisico e pochissimo sulla tecnica, oppure evidenziare che in Europa abbiamo una buonissima scuola di lunghi; ed ancora una volta ci troviamo al punto di partenza.

La NBA è ancora la migliore?

Ci si potrebbe rifugiare nel solito mantra “gli atleti NBA sono migliori fisicamente, quelli europei tecnicamente”, ma ancora una volta finiremmo per dire tutto o niente. Io personalmente credo che in un’ipotetica partita tra la squadra campione NBA e quella campione d’Europa ne vedremmo delle belle, finale dell'Olimpiade docet. Una cosa è certa, il livello del basket europeo è notevolmente aumentato (basta confrontare le Olimpiadi di Barcellona e quelle recenti).

A mio modestissimo parere la risposta al titolo di questo post, alla luce di quanto esposto, è abbastanza semplice. La NBA non è più il miglior campionato del mondo; grazie alla crescita cestistica del vecchio continente il livello si è livellato (scusate il bisticcio). Anzi, ritengo che il vero basket sia quello europeo, mentre quello americano ne è una brutta copia in cui la palla a spicchi viene truccata e brillantinata in modo da poter vendere il prodotto NBA ad una fascia sempre maggiore di pubblico. In un certo senso, e con le dovute proporzioni, può essere classificato come uno sport entertainment. Forse molti di voi mi daranno del folle, ma ritengo che la tecnica, la tattica ed il gioco di squadra europeo non possa essere equiparato a quattro schiacciate ed a un paio di uno conto uno.

Che sia chiaro, la NBA ha ancora un grande risalto cestistico, ma per una semplicissima ragione... ha mantenuto il primato del campionato dove girano più soldi.

Ovviamente non tutti saranno d'accordo con me, quindi vi lascio l’arduo compito di rispondere.

mercoledì 21 settembre 2011

L'evasione fiscale

L’evasione certamente è perseguita molto male. La stra grande maggioranza dei lavoratori sono dipendenti e pagano le imposte perché non possono fare diversamente, gli altri che non sono soggetti a trattenuta alla fonte subiscono degli accertamenti in una percentuale che è bassissima. […] Il nucleo regionale di polizia tributaria di Milano aveva 800000 partite iva ad incarico e faceva 400 verifiche l’anno, quindi per verificare tutti i contribuenti che aveva in carico ci sarebbero voluti 2000 anni. E’ evidente che se la possibilità di essere presi è 400 su 800000 è ridicolmente bassa, dopo di che le sanzioni sono perlopiù risibili perché poi arriva il condono… perché uno dovrebbe pagare le imposte? Ho visitato uncarcere di media sicurezza nel Nord Caroline.[…] Ho chiesto al direttore che tipo di detenuti avessero […]. Mi ha risposto: che per l’Italia è uno standard molto elevato e gli ho chiesto ma per quali reati???; e mi ha risposto: . Già una percentuali in Italia inimmaginabile. Io gli ho chiesto che genere di crimini dei colletti bianchi? e lui mi ha detto: . Siccome io ho avuto un sobbalzo, questo mi ha guardato come se io fossi un selvaggio e mi ha detto: Purtroppo l’attività principale della politica negli ultimi 15 anni, ed attenzione di entrambi gli schieramenti, non è stata quella di rendere più difficile la corruzione in questo paese, è stata quella di rendere più difficili i processi alla corruzione di questo paese; ed alla fine i risultati si vedono. Sono stati creati dei meccanismi che io trovo di effetto perverso. Uno di questi è quello di utilizzare la presunzione di innocenza, che vale nel processo penale, nei rapporti politico sociali, dove non centra niente. Se noi processassimo degli ex, già allontanati dai loro posti da loro pari, per utilizzare un espressione cara al Presidente del Consiglio, ciò che accade nelle aule di giustizia non avrebbe nessun rilievo politico. Il problema è che restano tutti al loro posto finché non arrivano i carabinieri a prenderli e qualche volta anche dopo. […] Se io invito a cena il mio vicino di casa e lo vedo uscire da casa con la mia argenteria, non è che per non invitarlo più a cena aspetto la sentenza della Cassazione, smetto subito di invitarlo a cena, poi il processo avrà il suo corso. […] In virtù della presunzione di innocenza se il mio vicino di casa è stato condannato solo in primo grado per pedofilia gli affido mia figlia di 6 anni perché l’accompagni a scuola?
Piercamillo Davigo

martedì 20 settembre 2011

Goodbye

Oggi, per la prima volta in 10 anni, non prenderò parte al primo allenamento della stagione Atomica; oggi, per la prima volta dopo quel giorno in via Martiri della Libertà, non solcherò i campi con i bianco blu (o blu bianco che dir si voglia); oggi, per la prima volta dopo le riunioni all’Irish pub, non prenderò il via al campionato Atomico; oggi, per la prima volta in 10 anni la maglia numero sette resterà piegata nell'armadio.

Ebbene sì, prima o poi doveva succedere, ho tenuto duro fino a che ho potuto, ma quest’anno i miei studi mi hanno portato lontano dalla casacca castiglionese. Quest’anno non potrò solcare i parquet del Piemonte con i colori degli Atomic sulle spalle, non potrò provare quell’emozione che contraddistingueva ogni mio ingresso nella tana delle Mosche Atomiche. Quest’anno non potrò portare in alto i colori di una maglia che è come una seconda pelle; maglia che ho contribuito a rendere grande.

E’ difficile cercare di descrivere 10 anni della mia vita in poche righe, perché questi 10 anni sono stati anni di sangue e sudore, di gioie e di delusioni, di vittorie e di sconfitte…

10 anni…

Un ginocchio rotto, un numero indefinito di lividi, qualche distorsione e tantissimo sudore… 10 anni di lavoro sporco con qualche stoccata di fioretto… 10 anni di rimbalzi, gomiti alti e stoppate (prese e date)… ma anche 10 anni di punti pesanti, assist e giocate decisive… in sostanza 10 anni da Atomic.

10 anni in cui non mi sono limitato a scendere in campo insieme a voi perché in moltissime partite ho anche avuto il privilegio di guidarvi dopo aver risposto all'arbitro “Cristiano, 7, Capitano”. Ma non solo, perché per alcuni anni sono stato, addirittura, fregiato dall'onore di sedermi sulla panchina Atomica come Head Coach. E’ per questo e per molti altri motivi che un velo trasparente mi appanna gli occhi mentre scrivo queste poche righe.

Con voi e grazie a voi ho macinato record su record, sono cresciuto cestisticamente e nella vita, sono stato in grado di superare momenti difficile e di vivere appieno quelli felici, perché quella che per molti è una squadra e per altri un gruppo di amici, per me è una famiglia.

Di aneddoti ne avrei molti da raccontare, ma preferisco custodirli gelosamente così, quando ripenserò a tutti voi, sarà un po’ come essere lì in quei 28 metri con il mio numero 7 sulle spalle. Perché come ha detto una volta un mio saggio amico “AF lo si è per sempre”.

Mi mancherete uno ad uno, mi mancherà tutto, gli scherzi, le risate, gli attimi di tensione e le esplosioni di gioia. Solo una cosa mi consola in queste ore buie ed è la speranza che questo sia solo un

ARRIVEDERCI


sabato 17 settembre 2011

Lettera degli economisti

Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea e del SEBC
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica


14 giugno 2010
La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.

Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.

Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.

La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e dell’indebitamento privato che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.

Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi riteniamo che su queste basi una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile, e in ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.

Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione.

L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione monetaria europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la cui causa principale risiede nell’impianto di politica economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli.

La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.

La piena mobilità dei capitali nell’area euro ha favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso positivo di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del tutto evidente chela presunta efficienza dei mercati finanziari non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri accumulati risultano insostenibili.

Sono queste le ragioni di fondo per cui gli operatori sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro. Essi prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser progressivamente sospinti al di fuori della zona euro, o potrebbero decidere di sganciarsi da essa per cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove l’azione degli speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una serie di contraddizioni reali. Tuttavia, è altrettanto vero che le aspettative degli speculatorialimentano ulteriormente la sfiducia e tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente insolventi dei debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli operatori finanziari, che spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere di mercato, riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle sue versioni elementari.

In un simile scenario riteniamo sia vano sperare di contrastare la speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di politiche restrittive da parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle valute o all’interno del sistema bancario.

Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle ricette liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati, ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo.

E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le politiche depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa ormai fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto l’espressione di interessi sociali consolidati. Vi è infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento del lavoro.

Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei capitali, per una desertificazione produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee, perprocessi migratori sempre più difficili da gestire, e in ultima istanza per una gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta.

Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare questo pericoloso avvitamento deflazionistico. E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che provocare altre cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel 2009. Si tenga ben presente che sono altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo. Piuttosto, per questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione.

Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso un chiaro programma di politica economica alternativa. Una maggior consapevolezza della gravità della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, frequenti richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano controproducenti laddove, anzichè caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del lavoro.

Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che nel 1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile a quelli attualmente in corso in Europa. All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di “austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione. Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema Monetario Europeo e la lira subì una pesante svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività pagarono così due volte: a causa della politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle merci importate.

Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato attuato nel nostro paese un massiccio programma di privatizzazioni. Ebbene, i peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu autorevole letteratura scientifica altamente discutibili.

Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, prima che sia troppo tardi.

Occorre prendere in considerazione l’eventualità che per lungo tempo non sussisterà una locomotiva in grado di assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.

Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è necessario in primo luogo dare respiro al processo democratico, è necessario cioè disporre di tempo. Ecco perchè in via preliminare proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione. A questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a “sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie e valutarie a breve termine ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto meglio intervenire subito in questa direzione a livello nazionale, con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in ritardo o non agire affatto.

L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile.

In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare opportune manovre di espansione della domanda al fine di avviare un processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. I principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme responsabilità, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.

Bisogna istituire un sistema di fiscalità progressiva coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.

Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.

Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si deve ripristinare il principio di separazione tra banche di credito ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo termine.

Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare un sistema di apertura condizionata dei mercati, dei capitali e delle merci. L’apertura può essere piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.

Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre indicazioni e l’attuale, tremenda involuzione del quadro di politica economica europea.

Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica potrebbero rivelarsi presto insostenibili.

Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di ”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. A un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea.

Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.

Per questo, occorre immediatamente aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori di politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica economica europea.

Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare in Europa non sortissero effetti, la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a compiere scelte di politica economica tali da restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione.

ADESIONI: Nicola Acocella (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniel Albarracín Sànchez (Universidad Autònoma de Madrid), Luigi Aldieri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Alberto Alonso González (Universidad Complutense de Madrid), Asunción Gómez Alonso (Profesora de Economia), Ignacio Álvarez (Universidad Complutense de Madrid), Mercedes Álvarez Coñi (Economista), Adalgiso Amendola (Università di Salerno), Jose Manuel Arizaga Alvarez (Economista), Roberto Artoni (Università Bocconi), Adam Asmundo (Università di Palermo), Alberto Asquer (Università di Cagliari), Ivàn H. Ayala (Universidad Complutense de Madrid), Juan Josè Azcona Olòndriz (Universidad Complutense Madrid), Aldo Barba (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Bartolini (Università di Siena), Francesco Baruffi (Democenter Sipe - Modena), Enrico Bellino (Università Cattolica di Milano), Sergio Beraldo (Università di Napoli ‘Federico II’), Luigi Bernardi (Università di Pavia), Paola Bertolini (Università di Modena e Reggio Emilia), Mario Biagioli (Università di Parma), Gianni Bianco Università di Torino), Salvatore Biasco (Università di Roma ‘La Sapienza’), Samuele Bibi (Università Roma Tre), Adriano Birolo (Università di Padova), Ivan Blecic (Università di Sassari), Mariangela Bonasia (Università di Napoli ‘Parthenope’), Piervincenzo Bondonio (Università di Torino), Giovanni Bonifati (Università di Modena e Reggio Emilia), Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Luigi Bosco (Università di Siena), Paolo Bosi (Università di Modena e Reggio Emilia), Carlo Brambilla (Università dell’Insubria), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Massimiliano Bratti (Università di Milano), Sergio Bruno (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Burlando (Università di Torino), Pablo Bustelo (Universidad Complutense de Madrid), Antonio Cabrera Santamarìa (Universidad Complutense de Madrid), Katia Caldari (Università di Padova), Romano Calvo ((Università di Milano Bicocca), Rosaria Rita Canale (Università Parthenope di Napoli), Marco Canepari (Università ‘Joseph Fourier’ - Grenoble), Francesco Carlucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Enza Caruso (Università di Perugia), Lorenzo Caselli (Università di Genova), Maurizio Caserta (Università di Catania), Stefano Casini Benvenuti (IRPET Firenze), Mario Cassetti (Università di Brescia), Lucilla Castellucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Duccio Cavalieri (Università di Firenze), Mario Cedrini, (Università del Piemonte Orientale), Giuseppe Celi (Università di Foggia), Mario Centorrino (Università di Messina), Sergio Cesaratto (Università di Siena), Victoria Chick (University College London), Laura Chies (Università di Trieste), Guglielmo Chiodi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Massimo Cingolani (Banca europea per gli investimenti), Romeo Ciminello (Pontificia Università Gregoriana di Roma), Giorgio Colacchio (Università del Salento), Elena Colopardi (ANCE), Giuseppe Conti (Università di Pisa), Angiola Contini (Università Cattolica di Milano), Lilia Costabile (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Crespi (Universit Roma Tre), Antonio Cuerpo Carrera (Universidad Complutense de Madrid), Salvatore Curatolo (Università di Parma), Mirella Damiani (Università di Perugia), Carmela D’Apice (Università Roma Tre), Marcello De Cecco (Scuola Normale Superiore di Pisa), Marcello Degni (Università di Pisa), Massimiliano Deidda (ISFOL), Carlo Del Gaudio (Università di Napoli ‘Federico II’), Pasquale De Muro (Università Roma Tre), Elina De Simone (Università Orientale di Napoli), Carlo Devillanova (Università Bocconi), Giancarlo De Vivo (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefania Di Bono (Università di Pisa), Umberto Di Giorgi (Università Roma Tre), Davide Di Laurea (ISTAT), Amedeo Di Maio (Università Orientale di Napoli), Antonio Di Majo (Università Roma Tre), Marco Di Marco (ISTAT), Fernando Di Nicola (ISAE), Giuseppe Di Taranto (Università ‘LUISS Guido Carli’), Giuseppe Di Vita (Università di Catania), Leonardo Ditta (Università di Perugia), Maria Giuseppina Eboli (Università di Roma ‘La Sapienza’), Gerald Epstein (University of Massachusetts), Bruno Estrada Lopez (Director de Estudios), Giorgio Fabbri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Sebastiano Fadda (Università Roma Tre), Tommaso Fanfani (Università di Pisa), Riccardo Faucci (Università di Pisa), Giovanni Favero (Università ‘Ca’ Foscari’ Venezia), Eladio Febrero (Universidad de Castilla-La Mancha), Alberto Feduzi (Università Roma Tre), Pablo Fernàndez-Olano (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Figuera (Università di Catania), Alejandro Fiorito (Universidad Nacional de Lujan), Massimo Florio (Università di Milano), Giuseppe Fontana (Università del Sannio), Jorge Oscar Fonseca Castro (Universidad Complutense de Madrid), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Saverio Fratini (Università Roma Tre), Lia Fubini (Università di Torino), Stefania Gabriele (ISAE), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Ana Mª Garcia García (Maestra-Gijón-Asturias), Pierangelo Garegnani (Università Roma Tre), Adriano Giannola (Università di Napoli ‘Federico II’), Andrea Ginzburg (Università di Modena e Reggio Emilia), Enrico Giovannetti (Università di Modena e Reggio Emilia), Alessandro Girardi (ISAE), Claudio Gnesutta (Università di Roma ‘La Sapienza’), Jorge Uxò Gonzàlez (Universidad de Castilla La Mancha), Santiago Eduardo Gutierrez Benito (Economista), Alberto Grandi (Università di Parma), Stefano Grando (Università di Roma ‘La Sapienza’), Augusto Graziani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Mario Gregori (Università di Udine), Vanesa Guzmán (Escuela Universitaria de Turismo Iriarte), Andrea Imperia (Università di Roma ‘La Sapienza’), Francisco Javier Braña Pino (Universidad de Salamanca), Bruno Jossa (Università di Napoli ‘Federico II’), John King (La Trobe University), Heinz Kurz (University of Graz), Laureano Làzaro Araujo (Cuerpo Superior de Administradores Civiles del Estado, España), Frederic S. Lee (University of Missouri-Kansas City), Paolo Leon (Università Roma Tre), Sergio Levrero (Università Roma Tre), Paolo Liberati (Università Roma Tre), Antonio Lopes (Seconda Università di Napoli), Paloma López Núñez (Economista), Luigi Loris (IRES Emilia Romagna), Javier Loscos Fernàndez (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Fernando Luengo (Universidad Complutense de Madrid), Giorgio Lunghini (Università di Pavia), Vincenzo Maffeo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marc Mangenot (Fondazione COPERNIC - Francia), Ugo Marani (Università di Napoli ‘Federico II’), Fèlix Marcos (Universidad Complutense de Madrid), Maria Cristina Marcuzzo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Domenico Marino (Università Mediterranea di Reggio Calabria), Ferruccio Marzano (Università di Roma ‘La Sapienza’), Pietro Masina (Università di Napoli ‘L’Orientale’), Fabio Masini (Università Roma Tre), Nicolás Mateos La Orden (Universidad Complutense de Madrid), Giovanni Mazzetti (Università della Calabria), Marco Mazzoli (Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza), Giuseppe Melis (Università degli Studi di Cagliari), Luca Michelini (Università LUM), Riccardo Milano (Banca Popolare Etica), Román Mínguez Salido (Universidad de Castilla-La Mancha), Salvatore Monni (Università Roma Tre), Mario Morroni (Università di Pisa), Rafael Muñoz de Bustillo Llorente (Universidad de Salamanca), Ignacio Muro Beneyas (Universidad Carlos III Madrid), Marco Musella (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Musotti (Università di Perugia), Oreste Napolitano (Università di Napoli ‘Parthenope’), Nunzia Nappo (Università di Napoli ‘Federico II’), Sebastiano Nerozzi (Università Cattolica di Milano), Alberto Niccoli (Università Politecnica delle Marche), Mario Nuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale), Franco Osculati (Università di Pavia), Andrea Pacella (Università del Sannio), Ugo Pagano (Università di Siena), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Paolo Palazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniela Palma (ENEA), Stefano Palmieri (Responsabile Ufficio Europa CGIL), Antonella Palumbo (Università Roma Tre), Roberto Panizza (Università di Torino), Carmine Pappalardo (ISAE), Mariangela Paradisi (Università Politecnica delle Marche), Nicola Parmentola (Università di Napoli ‘Federico II’), Sergio Parrinello (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marco Passarella (Università di Bergamo), Rosario Patalano (Università di Napoli ‘Federico II’), Riccardo Paternò (Università di Napoli ‘Federico II’), Lorenzo Pellegrini (Erasmus University Rotterdam), Stefano Perri (Università di Macerata), Cosimo Perrotta (Università del Salento), Fabio Petri (Università di Siena), Paolo Piacentini (di Roma ‘La Sapienza’), Antonella Picchio (Università di Modena e Reggio Emilia), Marco Piccioni (Università di Napoli ‘Federico II’), Paolo Pini (Università di Ferrara), Federico Pirro (Università di Bari), Massimo Pivetti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Silvia Pochini (Università di Pisa), Pier Luigi Porta (Università di Milano Bicocca), Giuseppe Privitera (Università di Catania), Felice Roberto Pizzuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Paesani (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Elena Podrecca (Università di Trieste), Michele Raitano, (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Fabio Ravagnani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Piercarlo Ravazzi (Politecnico di Torino), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Angelo Reati (ISEG), Michele Rosco (Università di Salerno), Sergio Rossi (Università di Friburgo), Roberto Romano (CGIL Lombardia), Santos M. Ruesga (Universidad Autònoma de Madrid), Alberto Russo (Università Politecnica delle Marche), Vincenzo Russo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Andrea Salanti (Università di Bergamo), Francesco Scacciati (Università di Torino), Salvatore Scanu, (Universitàdi Cagliari), Giovanni Scarano (Università Roma Tre), Roberto Schiattarella (Università di Camerino), Ernesto Screpanti (Università di Siena), Mario Seccareccia (Università di Ottawa), Fabio Sforzi (Università di Parma), Primo Silvestri (TuttoRiminiEconomia - TRE), Annamaria Simonazzi (Università di Roma 'La Sapienza'), Riccardo Soliani (Università di Genova), Giovanni Solinas (Università di Modena e Reggio Emilia), Serena Sordi (Università di Siena), Justo Sotelo Navalpotro (Universidad CEU San Pablo), Bruno Sovilla Sogne (Universidad Complutense de Madrid), Luca Spinesi (Università di Macerata), Stefano Staffolani (Università Politecnica delle Marche), Alessandro Sterlacchini (Università Politecnica delle Marche), Antonella Stirati (Università Roma Tre), Francesco Strati (Università ‘Mediterranea’ di Reggio Calabria), Francesca Stroffolini (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Sylos Labini (ENEA), Piero Tani (Università di Firenze), Daniele Tavani (Colorado State University), Valeria Termini (Università Roma Tre), Andrea Terzi (Franklin College Switzerland e Università Cattolica), Angela Testi (Università di Genova), Mario Tiberi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Bruno Tinel (University of Paris 1 ‘Panthèon-Sorbonne’), Patrizio Tomassetti (Regione Abruzzo), Juan Torres Lòpez (Universidad de Sevilla), Guido Tortorella Esposito (Università del Sannio), Paolo Trabucchi (Università Roma Tre), Attilio Trezzini (Università Roma Tre), Pasquale Tridico (Università Roma Tre), Michele Trimarchi (Università di Catanzaro), Domenica Tropeano (Università di Macerata), Giovanni Trovato (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Lefteris Tsoulfidis (University of Macedonia), Gianni Vaggi (Università di Pavia), Bernard Vallageas (Universitè Paris-Sud), Vittorio Valli (Università di Torino), Michelangelo Vasta (Università di Siena), Sergio Vellante (Seconda Università di Napoli), Antonio Gutiérrez Vegara (Economista), Alessandro Vercelli (Università di Siena), Antonio Villanacci (Università di Firenze), Enrique Viaña Remis (Universidad de Castilla-La Mancha), Carmen Vita (Università del Sannio), Luca Zamparelli (Università ‘LUISS Guido Carli’), Adelino Zanini (Politecnica delle Marche), Gennaro Zezza (Università di Cassino), Andrea Zhok (Università di Milano).