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Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea e del SEBC
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea e del SEBC
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica
14 giugno 2010
La
gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si
risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato
sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici
essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali
sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.
Piuttosto, si
corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette
“politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando
una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della
mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi
membri a uscire dalla Unione monetaria europea.
Il punto fondamentale da comprendere è
che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto
di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di
un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di
squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente
dall’insostenibile profilo liberista del Trattato
dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da
un sistematico avanzo con l’estero.
La crisi
mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti
sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è
stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali
spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente
produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di
consumo degli stessi lavoratori. Per lungo tempo questo divario è
stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari
e dell’indebitamento privato che, partendo dagli Stati Uniti,
ha agito da stimolo per la domanda globale.
Vi è chi oggi confida in un rilancio
della crescita mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense.
Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili
si spera di dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di
accumulazione. Noi riteniamo che su queste basi una credibile
ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile, e in
ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso
consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del
sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda
globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve
valutarie.
Siamo insomma di fronte alla drammatica
realtà di un sistema economico mondiale senza una fonte
primaria di domanda, senza una “spugna” in grado di assorbire
la produzione.
L’irrisolta crisi globale è
particolarmente avvertita nella Unione monetaria europea. La manifesta
fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la
cui causa principale risiede nell’impianto di politica economica liberista del
Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato
i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica
restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra
questi assume particolare rilievo la Germania, da
tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della
domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di
accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso
tali politiche i paesi in sistematico avanzo non
contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al
traino dei paesi più deboli.
La Germania, in particolare,
accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il
Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino
l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si
ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per
questa via debiti crescenti.
La piena mobilità dei capitali nell’area
euro ha favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di
credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di
efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di
indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso positivo
di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del tutto
evidente chela presunta efficienza dei mercati finanziari non
trova riscontro nei fatti e che gli squilibri accumulati risultano
insostenibili.
Sono queste le ragioni di fondo per
cui gli operatori sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla
deflagrazione della zona euro. Essi prevedono che per il
prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i ricavi
di moltissime imprese e banche si ridurranno ulteriormente. Per questa via,
risulterà sempre più difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici
che privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser progressivamente sospinti al di fuori della zona
euro, o potrebbero decidere di sganciarsi da
essa per cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di
insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei debiti
rappresenta pertanto la vera scommessa che muove l’azione degli speculatori.
L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una serie di contraddizioni reali. Tuttavia, è altrettanto vero
che le aspettative degli speculatorialimentano ulteriormente la
sfiducia e tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le
operazioni ribassiste sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i
tassi dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente
insolventi dei debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare
i prestiti. Gli operatori finanziari, che spesso agiscono in condizioni
non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e
del potere di mercato, riescono quindi non solo a prevedere il
futuro ma contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che
vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i
presunti criteri di efficienza descritti dalle sue versioni elementari.
In un
simile scenario riteniamo sia vano sperare di contrastare la
speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di
politiche restrittive da parte dei paesi indebitati. I prestiti
infatti si limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di
“austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi
deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei
debitori, pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di
politica monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli
pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler
“sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle
valute o all’interno del sistema bancario.
Gli errori commessi sono indubbiamente
ascrivibili alle ricette liberiste e recessive suggerite da
economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati, ma
che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del
funzionamento del capitalismo contemporaneo.
E’ bene
tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le politiche
depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli
economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa ormai
fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La
preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto
l’espressione di interessi sociali consolidati. Vi è infatti
chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di
smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di
ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di
fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione
sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento
del lavoro.
Occorre comprendere che se si insiste
nell’assecondare questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori,
ma si creano anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei
capitali, per una desertificazione produttiva del Mezzogiorno e
di intere macroregioni europee, perprocessi migratori sempre più
difficili da gestire, e in ultima istanza per una gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli
anni Trenta.
Il
Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare questo
pericoloso avvitamento deflazionistico. E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla
insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che
provocare altre cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta
registrare dall’Italia nel 2009. Si tenga ben presente che sono
altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che
attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di bilancio e
quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo. Piuttosto, per
questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la
speculazione.
Nemmeno si può dire che dalle
opposizioni sia finora emerso un chiaro programma di politica
economica alternativa. Una maggior consapevolezza della gravità
della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si sono levate voci
da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione
contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a
introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci
programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, frequenti richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano
controproducenti laddove, anzichè caratterizzarsi per misure
tese effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si
traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del
lavoro.
Quale monito per il futuro, è opportuno
ricordare che nel 1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco
speculativo simile a quelli attualmente in corso in Europa.
All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di
“austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e
della spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano
necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione.
Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati
in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. Alla fine l’Italia uscì
comunque dal Sistema Monetario Europeo e la lira subì una
pesante svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività pagarono
così due volte: a causa della politica di “austerità” e a causa dell’aumento
del costo delle merci importate.
Va anche ricordato che, con la
prevalente giustificazione di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil,
negli anni passati è stato attuato nel nostro paese un massiccio programma di privatizzazioni. Ebbene, i
peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in
larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini
di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di
sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu
autorevole letteratura scientifica altamente discutibili.
Noi riteniamo dunque che le linee di
indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, prima che sia troppo tardi.
Occorre prendere in considerazione
l’eventualità che per lungo tempo non sussisterà una locomotiva in
grado di assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello sviluppo
mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del
progetto di unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una
svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle
forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e
del territorio, di equità sociale.
Affinchè
una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è necessario in
primo luogo dare respiro al processo democratico, è necessario cioè disporre
di tempo. Ecco
perchè in via preliminare proponiamo di introdurre immediatamente un
argine alla speculazione. A questo scopo sono in corso iniziative sia
nazionali che coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno
ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la
speculazione è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze
e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad
acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a “sterilizzare” i suoi
interventi. Occorre anche istituire adeguate imposte finalizzate a
disincentivare le transazioni finanziarie e valutarie a breve termine ed
efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi
fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto meglio
intervenire subito in questa direzione a livello nazionale, con gli strumenti disponibili, piuttosto che
muoversi in ritardo o non agire affatto.
L’esperienza
storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna
imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite un
rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai
licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di
sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il
processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del
mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente
irresponsabile.
In coordinamento con la politica
monetaria, occorre sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la
Germania, ad attuare opportune manovre di espansione della domanda al
fine di avviare un processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei
conti con l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. I principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme
responsabilità, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione
della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.
Bisogna
istituire un sistema di fiscalità progressiva coordinato a
livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione
sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre
uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle
rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte
agli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.
Bisogna ampliare significativamente il
bilancio federale dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli
pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la
politica monetaria europea al fine di predisporre un piano di sviluppo finalizzato alla piena
occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma
anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica
diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i
fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal
finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i
monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla
pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle
persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del
mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma
al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive,
per l’equità sociale, per il progresso civile.
Si deve disciplinare e restringere
l’accesso del piccolo risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al
mercato finanziario. Si deve ripristinare il principio di separazione tra
banche di credito ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che
operano sul medio-lungo termine.
Contro eventuali strategie di dumping e
di “esportazione della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna
contemplare un sistema di apertura condizionata dei
mercati, dei capitali e delle merci. L’apertura può essere
piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard
del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.
Siamo ben consapevoli della distanza che
sussiste tra le nostre indicazioni e l’attuale, tremenda
involuzione del quadro di politica economica europea.
Siamo
tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica potrebbero
rivelarsi presto insostenibili.
Se non vi saranno le condizioni
politiche per l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi
delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti e una conseguente
deflagrazione della zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi
potrebbero cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali
di ”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. A un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti
al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di
sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di
difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione. Se
così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi
ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea.
Simili eventualità ci fanno ritenere che
non vi siano più le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo
richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa
come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa.
Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e
rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete
opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.
Per questo, occorre immediatamente aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle
responsabilità dei gravissimi errori di politica economica che
si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di
una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica
economica europea.
Qualora le opportune pressioni che il
Governo e i rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare in
Europa non sortissero effetti, la crisi della zona euro
tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le autorità del nostro Paese
potrebbero esser chiamate a compiere scelte di politica economica tali da
restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni,
dei redditi e dell’occupazione.
ADESIONI: Nicola Acocella (Università di Roma ‘La
Sapienza’), Daniel Albarracín Sànchez (Universidad Autònoma de Madrid), Luigi
Aldieri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Alberto Alonso González
(Universidad Complutense de Madrid), Asunción Gómez Alonso (Profesora de
Economia), Ignacio Álvarez (Universidad Complutense de Madrid), Mercedes
Álvarez Coñi (Economista), Adalgiso Amendola (Università di Salerno), Jose
Manuel Arizaga Alvarez (Economista), Roberto Artoni (Università Bocconi), Adam
Asmundo (Università di Palermo), Alberto Asquer (Università di Cagliari), Ivàn
H. Ayala (Universidad Complutense de Madrid), Juan Josè Azcona Olòndriz
(Universidad Complutense Madrid), Aldo Barba (Università di Napoli ‘Federico
II’), Stefano Bartolini (Università di Siena), Francesco Baruffi (Democenter
Sipe - Modena), Enrico Bellino (Università Cattolica di Milano), Sergio Beraldo
(Università di Napoli ‘Federico II’), Luigi Bernardi (Università di Pavia),
Paola Bertolini (Università di Modena e Reggio Emilia), Mario Biagioli
(Università di Parma), Gianni Bianco Università di Torino), Salvatore Biasco
(Università di Roma ‘La Sapienza’), Samuele Bibi (Università Roma Tre), Adriano
Birolo (Università di Padova), Ivan Blecic (Università di Sassari), Mariangela
Bonasia (Università di Napoli ‘Parthenope’), Piervincenzo Bondonio (Università
di Torino), Giovanni Bonifati (Università di Modena e Reggio Emilia), Bruno
Bosco (Università di Milano Bicocca), Luigi Bosco (Università di Siena), Paolo
Bosi (Università di Modena e Reggio Emilia), Carlo Brambilla (Università
dell’Insubria), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Massimiliano
Bratti (Università di Milano), Sergio Bruno (Università di Roma ‘La Sapienza’),
Roberto Burlando (Università di Torino), Pablo Bustelo (Universidad Complutense
de Madrid), Antonio Cabrera Santamarìa (Universidad Complutense de Madrid),
Katia Caldari (Università di Padova), Romano Calvo ((Università di Milano
Bicocca), Rosaria Rita Canale (Università Parthenope di Napoli), Marco Canepari
(Università ‘Joseph Fourier’ - Grenoble), Francesco Carlucci (Università di
Roma ‘La Sapienza’), Enza Caruso (Università di Perugia), Lorenzo Caselli
(Università di Genova), Maurizio Caserta (Università di Catania), Stefano
Casini Benvenuti (IRPET Firenze), Mario Cassetti (Università di Brescia),
Lucilla Castellucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Duccio Cavalieri
(Università di Firenze), Mario Cedrini, (Università del Piemonte Orientale),
Giuseppe Celi (Università di Foggia), Mario Centorrino (Università di Messina),
Sergio Cesaratto (Università di Siena), Victoria Chick (University College
London), Laura Chies (Università di Trieste), Guglielmo Chiodi (Università di
Roma ‘La Sapienza’), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Massimo Cingolani
(Banca europea per gli investimenti), Romeo Ciminello (Pontificia Università
Gregoriana di Roma), Giorgio Colacchio (Università del Salento), Elena
Colopardi (ANCE), Giuseppe Conti (Università di Pisa), Angiola Contini
(Università Cattolica di Milano), Lilia Costabile (Università di Napoli
‘Federico II’), Francesco Crespi (Universit Roma Tre), Antonio Cuerpo Carrera
(Universidad Complutense de Madrid), Salvatore Curatolo (Università di Parma),
Mirella Damiani (Università di Perugia), Carmela D’Apice (Università Roma Tre),
Marcello De Cecco (Scuola Normale Superiore di Pisa), Marcello Degni
(Università di Pisa), Massimiliano Deidda (ISFOL), Carlo Del Gaudio (Università
di Napoli ‘Federico II’), Pasquale De Muro (Università Roma Tre), Elina De
Simone (Università Orientale di Napoli), Carlo Devillanova (Università
Bocconi), Giancarlo De Vivo (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefania Di
Bono (Università di Pisa), Umberto Di Giorgi (Università Roma Tre), Davide Di
Laurea (ISTAT), Amedeo Di Maio (Università Orientale di Napoli), Antonio Di
Majo (Università Roma Tre), Marco Di Marco (ISTAT), Fernando Di Nicola (ISAE),
Giuseppe Di Taranto (Università ‘LUISS Guido Carli’), Giuseppe Di Vita
(Università di Catania), Leonardo Ditta (Università di Perugia), Maria
Giuseppina Eboli (Università di Roma ‘La Sapienza’), Gerald Epstein (University
of Massachusetts), Bruno Estrada Lopez (Director de Estudios), Giorgio Fabbri
(Università di Napoli ‘Parthenope’), Sebastiano Fadda (Università Roma Tre),
Tommaso Fanfani (Università di Pisa), Riccardo Faucci (Università di Pisa),
Giovanni Favero (Università ‘Ca’ Foscari’ Venezia), Eladio Febrero (Universidad
de Castilla-La Mancha), Alberto Feduzi (Università Roma Tre), Pablo
Fernàndez-Olano (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Figuera
(Università di Catania), Alejandro Fiorito (Universidad Nacional de Lujan),
Massimo Florio (Università di Milano), Giuseppe Fontana (Università del
Sannio), Jorge Oscar Fonseca Castro (Universidad Complutense de Madrid),
Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Saverio Fratini
(Università Roma Tre), Lia Fubini (Università di Torino), Stefania Gabriele
(ISAE), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Ana Mª Garcia
García (Maestra-Gijón-Asturias), Pierangelo Garegnani (Università Roma Tre),
Adriano Giannola (Università di Napoli ‘Federico II’), Andrea Ginzburg
(Università di Modena e Reggio Emilia), Enrico Giovannetti (Università di
Modena e Reggio Emilia), Alessandro Girardi (ISAE), Claudio Gnesutta
(Università di Roma ‘La Sapienza’), Jorge Uxò Gonzàlez (Universidad de Castilla
La Mancha), Santiago Eduardo Gutierrez Benito (Economista), Alberto Grandi
(Università di Parma), Stefano Grando (Università di Roma ‘La Sapienza’),
Augusto Graziani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Mario Gregori (Università
di Udine), Vanesa Guzmán (Escuela Universitaria de Turismo Iriarte), Andrea
Imperia (Università di Roma ‘La Sapienza’), Francisco Javier Braña Pino
(Universidad de Salamanca), Bruno Jossa (Università di Napoli ‘Federico II’),
John King (La Trobe University), Heinz Kurz (University of Graz), Laureano
Làzaro Araujo (Cuerpo Superior de Administradores Civiles del Estado, España),
Frederic S. Lee (University of Missouri-Kansas City), Paolo Leon (Università
Roma Tre), Sergio Levrero (Università Roma Tre), Paolo Liberati (Università
Roma Tre), Antonio Lopes (Seconda Università di Napoli), Paloma López Núñez
(Economista), Luigi Loris (IRES Emilia Romagna), Javier Loscos Fernàndez
(Universidad Complutense de Madrid), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo),
Fernando Luengo (Universidad Complutense de Madrid), Giorgio Lunghini
(Università di Pavia), Vincenzo Maffeo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marc
Mangenot (Fondazione COPERNIC - Francia), Ugo Marani (Università di Napoli
‘Federico II’), Fèlix Marcos (Universidad Complutense de Madrid), Maria
Cristina Marcuzzo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Domenico Marino (Università
Mediterranea di Reggio Calabria), Ferruccio Marzano (Università di Roma ‘La
Sapienza’), Pietro Masina (Università di Napoli ‘L’Orientale’), Fabio Masini
(Università Roma Tre), Nicolás Mateos La Orden (Universidad Complutense de
Madrid), Giovanni Mazzetti (Università della Calabria), Marco Mazzoli
(Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza), Giuseppe Melis (Università
degli Studi di Cagliari), Luca Michelini (Università LUM), Riccardo Milano
(Banca Popolare Etica), Román Mínguez Salido (Universidad de Castilla-La
Mancha), Salvatore Monni (Università Roma Tre), Mario Morroni (Università di
Pisa), Rafael Muñoz de Bustillo Llorente (Universidad de Salamanca), Ignacio
Muro Beneyas (Universidad Carlos III Madrid), Marco Musella (Università di
Napoli ‘Federico II’), Francesco Musotti (Università di Perugia), Oreste
Napolitano (Università di Napoli ‘Parthenope’), Nunzia Nappo (Università di
Napoli ‘Federico II’), Sebastiano Nerozzi (Università Cattolica di Milano),
Alberto Niccoli (Università Politecnica delle Marche), Mario Nuti (Università
di Roma ‘La Sapienza’), Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale),
Franco Osculati (Università di Pavia), Andrea Pacella (Università del Sannio),
Ugo Pagano (Università di Siena), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense
de Madrid), Paolo Palazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniela Palma
(ENEA), Stefano Palmieri (Responsabile Ufficio Europa CGIL), Antonella Palumbo
(Università Roma Tre), Roberto Panizza (Università di Torino), Carmine
Pappalardo (ISAE), Mariangela Paradisi (Università Politecnica delle Marche),
Nicola Parmentola (Università di Napoli ‘Federico II’), Sergio Parrinello
(Università di Roma ‘La Sapienza’), Marco Passarella (Università di Bergamo),
Rosario Patalano (Università di Napoli ‘Federico II’), Riccardo Paternò
(Università di Napoli ‘Federico II’), Lorenzo Pellegrini (Erasmus University
Rotterdam), Stefano Perri (Università di Macerata), Cosimo Perrotta (Università
del Salento), Fabio Petri (Università di Siena), Paolo Piacentini (di Roma ‘La
Sapienza’), Antonella Picchio (Università di Modena e Reggio Emilia), Marco
Piccioni (Università di Napoli ‘Federico II’), Paolo Pini (Università di
Ferrara), Federico Pirro (Università di Bari), Massimo Pivetti (Università di
Roma ‘La Sapienza’), Silvia Pochini (Università di Pisa), Pier Luigi Porta
(Università di Milano Bicocca), Giuseppe Privitera (Università di Catania),
Felice Roberto Pizzuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Paesani
(Università di Roma ‘Tor Vergata’), Alfonso Palacio-Vera (Universidad
Complutense de Madrid), Elena Podrecca (Università di Trieste), Michele
Raitano, (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Ramazzotti (Università di
Macerata), Fabio Ravagnani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Piercarlo
Ravazzi (Politecnico di Torino), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio),
Angelo Reati (ISEG), Michele Rosco (Università di Salerno), Sergio Rossi
(Università di Friburgo), Roberto Romano (CGIL Lombardia), Santos M. Ruesga
(Universidad Autònoma de Madrid), Alberto Russo (Università Politecnica delle
Marche), Vincenzo Russo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Andrea Salanti
(Università di Bergamo), Francesco Scacciati (Università di Torino), Salvatore
Scanu, (Universitàdi Cagliari), Giovanni Scarano (Università Roma Tre), Roberto
Schiattarella (Università di Camerino), Ernesto Screpanti (Università di
Siena), Mario Seccareccia (Università di Ottawa), Fabio Sforzi (Università di
Parma), Primo Silvestri (TuttoRiminiEconomia - TRE), Annamaria Simonazzi
(Università di Roma 'La Sapienza'), Riccardo Soliani (Università di Genova),
Giovanni Solinas (Università di Modena e Reggio Emilia), Serena Sordi
(Università di Siena), Justo Sotelo Navalpotro (Universidad CEU San Pablo),
Bruno Sovilla Sogne (Universidad Complutense de Madrid), Luca Spinesi
(Università di Macerata), Stefano Staffolani (Università Politecnica delle
Marche), Alessandro Sterlacchini (Università Politecnica delle Marche),
Antonella Stirati (Università Roma Tre), Francesco Strati (Università
‘Mediterranea’ di Reggio Calabria), Francesca Stroffolini (Università di Napoli
‘Federico II’), Stefano Sylos Labini (ENEA), Piero Tani (Università di
Firenze), Daniele Tavani (Colorado State University), Valeria Termini
(Università Roma Tre), Andrea Terzi (Franklin College Switzerland e Università
Cattolica), Angela Testi (Università di Genova), Mario Tiberi (Università di
Roma ‘La Sapienza’), Bruno Tinel (University of Paris 1 ‘Panthèon-Sorbonne’),
Patrizio Tomassetti (Regione Abruzzo), Juan Torres Lòpez (Universidad de
Sevilla), Guido Tortorella Esposito (Università del Sannio), Paolo Trabucchi
(Università Roma Tre), Attilio Trezzini (Università Roma Tre), Pasquale Tridico
(Università Roma Tre), Michele Trimarchi (Università di Catanzaro), Domenica
Tropeano (Università di Macerata), Giovanni Trovato (Università di Roma ‘Tor
Vergata’), Lefteris Tsoulfidis (University of Macedonia), Gianni Vaggi
(Università di Pavia), Bernard Vallageas (Universitè Paris-Sud), Vittorio Valli
(Università di Torino), Michelangelo Vasta (Università di Siena), Sergio
Vellante (Seconda Università di Napoli), Antonio Gutiérrez Vegara (Economista),
Alessandro Vercelli (Università di Siena), Antonio Villanacci (Università di
Firenze), Enrique Viaña Remis (Universidad de Castilla-La Mancha), Carmen Vita
(Università del Sannio), Luca Zamparelli (Università ‘LUISS Guido Carli’),
Adelino Zanini (Politecnica delle Marche), Gennaro Zezza (Università di
Cassino), Andrea Zhok (Università di Milano).
























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