lunedì 26 novembre 2012

Riforma Forense - Parola ai Praticanti


Al Presidente della Commissione Giustizia del Senato
Ai Componenti della Commissione Giustizia del Senato
 Ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari del Senato

Onorevoli Senatori,

con questo intervento è nostra intenzione portare alla vostra attenzione il grido appassionato di tantissimi giovani studenti di Giurisprudenza e di giovani Giuristi che in queste settimane si sono confrontati con il testo della riforma dell’ordinamento forense attualmente in discussione al Senato. Un confronto che ha coinvolto studenti di ogni regione d’Italia e di ogni appartenenza politica e che ha prodotto la seguente riflessione con la quale una intera generazione sottopone le proprie preoccupazioni alla vostra attenzione.

Non possiamo non concordare con la necessità di procedere ad una celere approvazione di una riforma dell’ordinamento forense finalizzata ad una maggiore liberalizzazione della professione, ma allo stesso tempo, siamo qui per esporvi le criticità che  sono emerse dal nostro lavoro di studio e di analisi. Criticità rispetto alle quali ci attendiamo una vostra pronta risposta, che si traduca in alcune modifiche mirate al testo normativo approvato dalla Camera, finalizzate a migliorare la Riforma ed in particolar modo ad aiutare le giovani generazioni nell’accesso e nell’esercizio della professione.

Le nostre perplessità riguardano innanzitutto le disposizioni contenute nel Titolo IV  relativo all’Accesso alla Professione Forense.

Ci sembra doveroso premettere che la disciplina dell’accesso alla professione prevista dal Titolo IV appare complessivamente orientata ad aggravare gli oneri in capo ai tirocinanti e contestualmente a rendere maggiormente difficoltoso l’accesso alla professione forense per i giovani laureati.

Al di là dell’insensatezza di un provvedimento finalizzato a ridurre le opportunità per i giovani laureati, riteniamo che, nell’ottica di una maggiore liberalizzazione della professione, non sia opportuna la creazione di ulteriori barriere all’accesso alla professione forense, tenuto conto del fatto che l’attuale esame di abilitazione alla professione di avvocato risulta essere il più complesso tra quelli previsti nel nostro ordinamento. Al contrario riteniamo che sia necessario favorire l’accesso dei giovani alla professione al fine di garantire una maggiore concorrenza.

A tal proposito ci sembra opportuno ricordare come una maggiore concorrenza non comporti soltanto una riduzione dei costi per i clienti, e di conseguenza per tutti i cittadini, ma altresì un miglioramento complessivo della qualità dei servizi offerti agli stessi. Tale apertura alla concorrenza sarebbe d’altronde coerente con lo spirito della riforma.

Per quanto riguarda le singole disposizioni contenute nel titolo IV, in particolar modo non possiamo non esprimere le nostre perplessità su quanto disposto dall’art. 43 della riforma nel quale viene indicato che il tirocinio debba consistere altresì nella “frequenza obbligatoria e con profitto, per un periodo non inferiore a diciotto mesi mesi, di corsi di formazione di indirizzo professionale tenuti da ordini e associazioni forensi, nonché dagli altri soggetti previsti dalle legge.”

A tal proposito, riteniamo poco opportuna la previsione di corsi di formazione obbligatoria innanzitutto per il fondato timore che tali corsi comportino degli oneri finanziari notevoli a carico dei tirocinanti ed altresì perché tali corsi rischiano di snaturare il periodo di tirocinio incidendo negativamente sul tempo che il praticante può trascorrere in studio e in udienza ed altresì, che spesso svolgono la loro attività a titolo totalmente gratuito.

Non comprendiamo allo stesso tempo le motivazioni che hanno portato allo stralcio dal disegno di legge in esame, della disposizione secondo la quale “l’Esame di Stato si svolge con periodicità semestrale” disposizione che appare quantomeno opportuna in relazione alla riduzione della durata del periodo di pratica a 18 mesi.

La Camera ha giustificato lo stralcio come a causa di una mancanza della copertura finanziaria necessaria per poter prevedere un doppio esame annuale (così come avviene per i dottori commercialisti). Ebbene, allora perché una volta che il candidato ha passato la prova scritta deve sostenerla nuovamente nel caso in cui non superi la prova orale? Non è un enorme dispendio di risorse economiche chiedere al candidato che ha superato la prova scritta di sostenerla nuovamente? La nostra proposta è quella di permettere ai candidati che hanno superato con esito positivo la prova scritta di non dover risostenerla nuovamente, per un periodo di 3 anni, in modo tale da diminuire il numero delle persone che ogni anno sostengono la prova scritta  e da rendere più veloci anche i tempi di correzione ed i costi sostenuti dallo Stato per l’organizzazione dell’Esame di Stato.

In subordine è in ogni caso opportuno che il testo della riforma indichi esplicitamente la cadenza periodica, semestrale o annuale, delle sessioni di esami.

Incomprensibile è altresì la previsione contenuta nel comma 7 dell’art 46 secondo la quale “le prove scritte si dovranno svolgere con i solo ausilio dei testi di legge senza commenti e citazioni giurisprudenziali” in quanto la redazione di un parere motivato non può prescindere da una puntuale citazione dei precedenti giurisprudenziali. La preclusione contenuta nel comma 7 avrebbe di conseguenza un duplice effetto negativo: da un lato costringerebbe i tirocinanti a sottrarre tempo alla pratica per dedicarlo ad uno studio mnemonico della più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione, dall’altro avrebbe come inevitabile conseguenza quella di rendere impossibile il superamento dell’esame di abilitazione anche a brillanti laureati che hanno concluso con profitto il periodo di tirocinio.

Inoltre ci sembra opportuno sottolineare che chiedere  ad un candidato di redigere un parere motivato senza  il codice annotato con la giurisprudenza sarebbe come chiedere ad un chirurgo di “operare senza ferri”. La bravura di un giurista non sta solo nel trovare la norma adatta al caso concreto, sia esso da applicare al parere o atto giudiziario, ma nell’argomentare in maniera semplice, discorsiva e convincente, ancorandosi ad una giurisprudenza di legittimità recente, impossibile da sapere a memoria vista la vastità delle discipline oggetto di esame. Per far questo l’esaminando deve anche saper maneggiare i codici e la giurisprudenza più favorevole, soprattutto nella redazione di un parere dove gli orientamenti più recenti fanno la differenza.

Vogliamo altresì rilevare come il comma 3, dell’art. 46, inoltre preveda l’obbligatorietà per la prova orale di: ordinamento e deontologia forense, delle due materie sostanziali (civile e penale), delle due procedure, oltre ad altre due materie a scelta, senza tenere del conto del fatto che il tirocinante ha svolto il proprio tirocinio presso un professionista che spesso possiede una specializzazione per materie ben definite.

Complessivamente in riferimento alle disposizioni contenute nell’art. 46 del testo approvato dalla Camera, ci sembra opportuno che l’esame di abilitazione conservi le attuali modalità di svolgimento.

Allo stesso tempo desta in noi notevoli perplessità l’art. 21 comma 8 e 9 del testo approvato dalla Camera, nella parte in cui prevede che “l’iscrizione agli albi comporta la contestuale iscrizione alla Cassa Forense” e demanda ad un successivo regolamento della Cassa Forense la predisposizione di eventuali agevolazioni ed esenzioni.

A tal proposito ci preme rilevare come sia assolutamente necessario che sia la legge a regolamentare le agevolazioni per i giovani avvocati, e precisamente ci sembra opportuno che il testo di riforma venga emendato con l’aggiunta della disposizione secondo la quale “per i primi due anni i giovani avvocati siano esentati dal versamento di qualsiasi tipo di contributo alla Cassa Forense.

Infine, prevedendo l’obiezione secondo la quale le modifiche da noi proposte non possono essere accolte in quanto la modifica del testo approvato dalla Camera comporterebbe un ampliamento dei tempi necessari all’approvazione definitiva della Riforma, ci preme sottolineare come il disegno di legge approvato dalla Camera vada necessariamente modificato nella parte in cui prevede, all’art. 51,  l’istituzione dei consigli distrettuali di disciplina che possono essere considerati alla stregua di veri e propri giudici speciali, la cui istituzione è vietata espressamente dalla nostra Carta Costituzionale.

Alla luce di quanto esposto in questa nostra riflessione chiediamo che la Commissione proceda ad emendare il testo approvato dalla Camera, secondo quanto da noi suggerito, al fine di rendere la disciplina dell’accesso alla professione forense coerente con la volontà di liberalizzare la professione ed allo stesso tempo al fine di favorire l’ingresso dei giovani alla professione in linea con quanto accade negli altri paesi europei. A tal proposito ci sembra opportuno sottolineare come il fatto che nel nostro Paese ci siano troppi Avvocati rispetto ad altri paesi europei, non dipende assolutamente dalle norme relative all’abilitazione ma piuttosto dai limiti del nostro sistema formativo ed universitario, questo si, meritevole di una urgente riforma.

                  Agatino Lanzafame                                                  Erio Buceti                                            Marco Cuttone          
Presidente Ass. Archè                                   Capogruppo al CNSU                              Presidente Ass. Nike
         Studenti per la Libertà


Domenico Paternoster
 Rapprsentante al CUN
Studenti per la Libertà


Angela Fiorella    Maria Chiara Raimondi
Promotori del Gruppo NO alla RIFORMA FORENSE


venerdì 16 novembre 2012

Lettera di un genitore


Caro ministro Cancellieri,

Ho un figlio di 16 anni. Frequenta il terzo anno del liceo Mamiani di Roma. Adolescente, come tanti di quelli che mercoledì scorso sfilavano nelle strade di Roma e di molte altre città d’Italia. Nel suo liceo, come in tanti altri, protestano, covano rabbia, fanno autogestione, rivendicano futuro, fanno i ragazzi e non mettono la testa sotto la sabbia. Un adolescente normale che odia i blocchetti di porfido, non mette caschi (anche perché non ha motocicletta), fa sport e assemblee. Uno normale.

Si pone domande e attende risposte. Come gli altri 49.950 (su 50mila) che camminavano per Roma (e le centinaia di migliaia di persone in altre città d’Europa) chiedendo scuole migliori, vite migliori, prospettive più giuste.

Ecco, dopo quel che è successo a Roma, lui mi ha chiesto di rispondere a queste due domande che le giro. Perché di sua competenza. Sono semplici, ingenue forse. Ma ineludibili. E lei, sono certo, non farà finta di non sentirle.

La prima: “Perché la polizia si accanisce contro gli studenti? Perché quei poliziotti continuavano a manganellare quei ragazzi che erano già a terra sanguinanti?”.

La seconda: “Perché questi poliziotti italiani, anziché usare i manganelli come hanno fatto anche quelli spagnoli che hanno colpito anche un ragazzino di 13 anni, non si sono schierati accanto agli studenti come invece è avvenuto in Germania?”.

Insieme ai suoi compagni di scuola, mio figlio era a un centinaio di metri dietro le cariche avvenute sul lungotevere. Accanto a lui anche alcuni suoi prof, intorno a lui migliaia di altri ragazzi come lui. Senza casco e con slogan da gridare. Protesta civile.

La sera del corteo, io facevo il turno di notte nel mio tg, gli ho fatto leggere – per vedere la sua reazione e parlarne con lui – il pezzo scritto da una collega sui fatti avvenuti nel lungotevere e gli ho fatto vedere le immagini. E quelle due domande me le ha fatte mentre guardava con me il servizio.

Certo, “la violenza non è uno strumento di confronto”, ha detto la cancelliera Merkel. E anche lei, ministro, ha ammesso: “Punirò i poliziotti violenti, ma la piazza rispetti la legalità”. Giusto! Ma 50 studenti con i caschi su 50mila senza, non giustificano quelle immagini.

Posso aggiungere altre domande mie? Eccole: cosa c’entra con l’ordine pubblico e la legalità il lacrimogeno lanciato sul corteo dalle finestre del ministero della giustizia?

Signor ministro, non c’entra nulla con le esigenze di ordine pubblico quel poliziotto in borghese che dice “va’ ffan culo!” a una signora che sul marciapiedi del lungotevere protesta per quelle manganellate su un ragazzo per terra e grida in faccia all’agente: “Sono i nostri figli, sono i vostri figli! Abbiamo il diritto di protestare!” (la scena è andata in onda giovedì sera su la7 nel programma di Santoro). Il fatto che quell’agente fa una vita grama, guadagna mille euro al mese e ha di fronte anche figlio di benestanti che mettono il casco e lanciano sampietrini, non giustifica nulla: racconta un dramma e la sconfitta dello Stato.

Lo Stato, anche nei momenti di grave crisi e di tensione sociale, non ha il diritto di mandare a quel paese nessun cittadino. Lo Stato non ha diritto alla rabbia.

Io gliel’ho detto a mio figlio: la violenza di pochi rischia di cancellare, la legittima protesta di tantissimi. Ma la risposta, davanti a quelle scene, non ha soddisfatto neanche me stesso.

Quando lei, signor ministro, risponderà in Parlamento alle domande su quanto accaduto, non dimentichi di parlare alla stragrande maggioranza pacifica di quei cortei.

Antonio Roccuzzo

giovedì 15 novembre 2012

Troppi politici intralciano il nostro difficile ruolo di insegnanti

« L’altro pomeriggio ho sostato per dieci minuti, inebetita, davanti al manifesto antireferendario che recita: “Non andare a votare in democrazia è un diritto”. L’ho dovuto rileggere tante volte quell’infelicissimo slogan, inizialmente certa di aver capito male. Il primo augurio tra me e me è poi stato: speriamo che i miei alunni non leggano questo messaggio, loro che finalmente stanno raggiungendo i sospirati diciotto anni e sono emozionati all’idea di votare per la prima volta. Ma la mattina seguente, con lo sguardo pungente tra il deluso e l’arrabbiato, appena entrata in classe mi hanno messa con le spalle al muro: “Ma prof, non ci aveva detto che il diritto di voto è prezioso perché frutto di aspre conquiste? Non ci parlava di lotte che hanno visto scontrarsi i pochi potenti che nella storia hanno sempre fatto l’impossibile per conservare lo status quo, per detenere tutti i privilegi, e la massa convinta da due guerre mondiali a ritagliarsi finalmente un suo spazio politico?” A pormi la domanda è proprio quella alunna che tante volte mi aveva detto di non credere nella politica perché sostenuta sempre dai carrieristi e dai corrotti. Povera stella, è nata nel 1994 insieme al primo governo berlusconiano… Ma io, nel mio ruolo di educatrice motivata, non ho mai perso occasione per spiegarle che no, la politica ha anche una dimensione ideale, solo un po’ offuscata: si tratta di recuperare quella spinta etica al cambiamento che gli antichi filosofi greci ancora sanno indicarci. Ma ora che gli stessi politici danno addosso al mio già difficile ruolo d’insegnante, io scelgo di rinunciare alla mia consolidata linea diplomatica e a chiare lettere ti dico: cara la mia studentessa, quello slogan che ti invita a disertare le urne il 18 novembre è profondamente lesivo nei tuoi confronti di giovane alle prime esperienze di partecipazione politica e fortemente offensivo per noi cittadini tutti. E lo è ancor più nei confronti di noi donne che, cercando nella storia chiavi di lettura per il fosco presente, dobbiamo confrontarci col fatto che, mentre in Italia mia mamma e tua nonna hanno potuto votare solo dal 1946, le loro coetanee turche già ventanni prima… Allora sai che ti dico? Vai a votare il 18 novembre, cara ragazza, per poi verificare tu stessa che alle prossime elezioni quanti oggi ti invitano a startene a casa ti pregheranno in ginocchio di uscire. Ma tu non temere mai di esprimere il tuo libero pensiero critico, qualunque sia il prezzo che dovrai pagare. E invita con te tutti i tuoi amici, anche quelli che non vedessero l’ora di sniffare polveri sottili e di ammalarsi di cancro. Non impedire a tutti quanti, con la tua assenza, di raggiungere il quorum e di prendere quindi posizione, qualunque sia l’idea di ciascuno. Se non usi la testa qualcuno subito lo farà al tuo posto, ma attenta: come diceva Max Weber, dietro i leader carismatici si nascondono despoti mascherati. »
Daria Pulz, docente di Storia, Educazione civica e Filosofia presso il Liceo classico di Aosta